Caro professore

Pubblicato il 4 novembre 2017 da antonella landi

Sono in quinta, spiego il Decadentismo.
Il cellulare lo tengo sulla cattedra, silenzioso, per guardare l’ora e tararmi con i tempi della lezione. E poi perché se il babbo un giorno dovesse chiamare all’improvviso per un bisogno, voglio poter uscire dalla classe e chiedergli che accade.
S’illumina lo schermo, un messaggio. Un’occhiata fugace e leggo due nomi.
Interrompo bruscamente la lezione.
“Ragazzi, vi domando scusa, ma ho appena ricevuto un messaggio che devo assolutamente leggere. Posso?”
“Certo profe. Chi è?”
“E’ una mia compagna dei tempi dell’università. Mi scrive che questa sera in un circolo culturale di Figline Valdarno il mio professore di filosofia del liceo classico che frequentavo quando avevo i vostri anni terrà una lezione pubblica sulla rivoluzione russa.”
“Che botta di vita.”
“Voi non capite. Io amavo follemente quell’uomo.”
“In che senso?!”
“In entrambi i sensi, intellettuale, ma anche sentimentale. Lui era bellissimo e affascinante, carismatico e coltissimo, un narratore di storie straordinario. Lui era il Maestro che ciascuno nella propria vita dovrebbe avere la fortuna di incontrare. Le sue lezioni erano perle, il suo modo di spiegarci la storia e la filosofia incantava, passavamo ore a contemplarlo, imbambolate e innamoratissime della sua cultura e dei suoi magnifici occhi verdi.”
“Davvero???”
“Ragazzi, vi dico che eravamo perse. Era un insegnante eccezionale, aveva studiato alla Sorbonne di Parigi e si era laureato con Eugenio Garin. Tra lui e tutta la mia classe era nato un legame speciale, pensate che a primavera ci invitava nella sua casa in Chianti, passavamo un giorno intero tutti insieme a lui, che aveva anche un laghetto in mezzo al verde, mangiavamo insieme, discutevamo di filosofia, citavamo versi in latino, Tityre tu patulae recubans sub tegmine fagi silvestrem tenui musam meditaris avena nos patriae fines et dulcia linquimus arva nos patriam fugimus tu Tityre lentus in umbra formosam resonare doces Amaryllida silvas.”
“E quindi che farà stasera? Andrà a sentirlo parlare?”

Butto Bobi in macchina e alla faccia del maltempo imbocco l’autostrada.
A Figline ci arrivo con la nebbia, l’umido, il freddino stronzo che c’è solo in Valdarno, il mio Profondo Veneto che odio e amo, ti chiederai come faccio, ma avviene ed è la mia tortura.
Parcheggio, faccio svuotare la vescica a Bobi, lo rimetto in auto, stai buono qui, cerco il circolo culturale, salgo al primo piano, entro nel salone.

Caro professore, hai appena iniziato a parlare, ma mi guardi, strizzi gli occhi per mettermi a fuoco e fai la faccia seria e concentrata. Ti sorrido, e tu mi riconosci. Ringrazi i presenti per essere intervenuti e dici che tra il pubblico c’è una persona che non vedevi da trent’anni.
Trent’anni, professore. Io ero una ragazzina, tu eri un giovane uomo.
Hai perso i capelli nella parte apicale della testa e quelli che ti sono rimasti sui lati sono tutti bianchi. Sei un po’ ingobbito, inforchi gli occhiali da presbite per leggere. Ma sei sempre tu. La luce negli occhi che avevi quando ci facevi lezione al “Francesco Petrarca” è la stessa che vedo stasera. La tua voce delicata e lagnosa, la tua parlata lenta e dolce, niente è cambiato professore, a parte noi.

Hai portato con te alcuni volumi, li citi e ce li mostri, dici che non si può raccontare la rivoluzione russa senza prima aver raccontato la storia della Russia, un sesto delle terre emerse, settanta volte l’Italia, cento lingue diverse, all’inizio del Novecento il novanta per cento della popolazione formata da contadini, di cui l’ottanta per cento poveri, un contadino povero valeva meno di un cane da caccia buono, Mosca la terza Roma dopo Roma e Costantinopoli, la nascita della Russia che si perde nel tempo, il piede pesante dei Tartari dominatori, Ivan il Magnifico e il suo matrimonio, Ivan il Terribile e il suo sadismo, Pietro il Grande e San Pietroburgo, Caterina la Grande e la sua apertura all’Occidente, Alessandro I e Napoleone. La digressione sul lemma rivoluzione, d’origine astronomica. Ho scritto tutto, professore. Ho preso appunti come quando ero di banco accanto a Bianca di Savoia Aosta che mi distraeva mostrandomi ogni mattina i suoi jeans macchiati di caffellatte e delle zampe di uno dei suoi cani con la testa a proiettile. Come siamo stupidi a diciott’anni, come ci lasciamo distrarre da tutto e seguiamo a singhiozzo le lezioni dei professori, come perdiamo occasioni preziose che non torneranno mai più. Ma tu stasera sei tornato, professore, e io non mi perdo una sola parola di quelle che dici, e quando la mia compagna d’università che mi siede accanto mi bisbiglia parole d’emozione perché anche con lei non ci vediamo da anni le dico: stiamo zitte, sennò Sergio mi fa una fetta di merda come quelle che mi faceva a scuola, tipo quella volta che venni in classe in canottierina e tu sdegnato mi chiamasti tipa-da-spiaggia, o quella volta in cui non avevo voglia di ascoltarti e m’infilai gli auricolari nascondendoli sotto i capelli e tu mi beccasti, o quell’altra ancora in cui all’intervallo mi misi a gridare accorr’uomo accorr’uomo, e tu entrasti all’improvviso e mi dicesti che ero cretina. C’erano anche le volte in cui mi apprezzavi, quella volta che facemmo la verifica scritta su Socrate e tu dicesti che scrivevo bene e io mi fidai.

Anche stasera mi hai fatto i complimenti, professore. Sapevi tutto di me, anche che pochi giorni fa ho parlato di Lorenzo Milani alle Murate. Io non so niente di te, ma ricordo tutto. Lo sai che a volte prenoto un tavolo nei ristoranti lasciando come nome Alessia Papilova? Lo sai che ogni volta che mangio fragole e panna penso a te? Lo sai che quando metto a bollire i cavolini di Bruxelles rivedo il tuo sorriso sornione?
Anche stasera hai fatto quel sorriso. Era quello che facevi quando decidevi di prenderci in giro, quando sgattaiolavi dal seminato del programma e partivi per una tangente tutta tua dietro la quale noi ti seguivamo ciechi di fiducia. Pendevamo dalle tue labbra, e Dudda divenne per noi davvero l’ombelico del mondo che dicevi tu.

Caro professore, è stato bellissimo riascoltarti parlare, sentire che usi ancora l’intercalare di quel tempo (voi capite bene) e l’espressione che usavi quando ci dicevi qualcosa d’importante (mica noccioline), vedere che sei invecchiato ma essere felice perché con te sono invecchiata anch’io, constatare che anche invecchiando si può conservare la luce negli occhi che danno solo la conoscenza, la curiosità, la voglia di dire e lasciare qualcosa nel cuore degli altri.
Mentre ti ascoltavo ho scritto un messaggio ai miei ragazzi e alle mie ragazze di quinta. Ho detto loro che stavo sedendo di fronte a te e che l’emozione era indescrivibile. Ho scritto loro della tua luce negli occhi.
Loro mi hanno risposto che tra trent’anni incontreranno me e diranno la stessa cosa. E io ho pensato: magari.

(a Sergio Sammicheli, il mio Maestro)

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