Giù le mani

Pubblicato il 23 novembre 2017 da antonella landi

Spalanco il portone, sono nel parco.
La mia classe quinta è alla Biennale di Venezia, per cui le mie ore con loro sono buche, vuote, libere, esco a respirare, a ossigenarmi.
Invece mi ritrovo davanti a una scena da film dell’orrore.
Una coppia, giovane donna e giovane uomo, e il loro cane, un modello tipo “il cane di Richard Gere” in quel filmone strappalacrime Hachiko – Il tuo migliore amico, razza giapponese, biondo, pelo foltissimo, coda a ricciolo, insomma lui, ci siamo capiti. Il giovane uomo lo afferra a due mani per il collo, lo solleva, il cane guaisce, piange, latra, si dispera. La giovane donna gli dice: mettilo giù, lui ce lo butta, gli prende la testa, gliela schiaccia a terra, il cane guaisce ancora, sempre più forte, acuto, disperato. La giovane donna lo frusta col guinzaglio nelle cosce, sul culo. Il cane tenta di fuggire. Il giovane uomo lo immobilizza agguantandolo per la pettorina, per picchiarlo meglio.

Nel parco c’è sempre qualche studente che ci si nasconde per entrare un’ora dopo, per boscare un compito, un’interrogazione, per farsi un cicchino, qualcos’altro, i fatti suoi.
E da una panchina un po’ in disparte arrivano tre studentesse con il viso sconvolto, gli occhi spalancati, le bocche aperte nell’incredulità.
“Ha visto anche lei ciò che abbiamo visto noi?”
“Sì, e non ci posso ancora credere.”
“Nemmeno noi. Bisogna fare qualcosa.”
“Li seguo, provo a raggiungerli.”

Non bisogna aver paura di parlare.
Non bisogna aver paura di dire le cose come stanno.
Non bisogna voltare lo sguardo altrove, pensare non sono fatti miei, tirare avanti, guardare dritto.
Non bisogna rinunciare al coinvolgimento emotivo, alla difesa altrui, al rispetto dei diritti, alla punizione del malfatto.

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