Una mattina al museo

Pubblicato il 23 dicembre 2017 da antonella landi

L’appuntamento, come sempre quando c’è un treno da prendere, è davanti alla farmacia della stazione. La destinazione questa volta è il Pecci di Prato, Museo di Arte moderna e contemporanea che molti di loro non hanno mai visto. Vivo questa piccolissima trasferta come un antipasto della gita che faremo a marzo e me li prendo a braccetto a turno, scazzotto un po’ i bicipiti del Cece, faccio una carezza a Prince, mi coccolo le mie ragazze belle (come farò da settembre in poi senza di loro a scuola, meglio non pensarci). Per una geniale idea dell’organizzazione, copriamo il tratto stazione Prato-Museo Pecci interamente a piedi, fa freddissimo ma c’è un sole frizzantino, la caffetteria dove facciamo la seconda colazione ci rifocilla, le bimbe danno noia ai militari al distributore di benzina, i militari sclacsonano alle bimbe quando ripartono a bordo del jeeppone.
Ed ecco il Pecci, futurista nella sua ristrutturazione rinnovata. “Che cesso”, “Pare un’astronave”, “A me mi fa cagare”. A me invece il Pecci nuovo piace da morire, mi dà quella sensazione di cultura senza polvere, mi fa sentire nel presente delle cose. Ci accoglie Lucia, una guida giovane col sorriso imperfetto che mette il buonumore, ci fa sistemare i giubbotti sulle grucce e poi ci dice: sediamoci tutti qui per terra. Il Pecci è riscaldato da sotto, con il culo sopra il pavimento ci si sta da dio. Chiede i nostri nomi e li impara, chiede l’impressione a caldo sul museo, presenta la mattina che ci aspetta, e partiamo.
Gigantografie fotografiche, video mossi da mal d’auto, esperienze sensoriali dalla caverna alla luna. “E’ la prima volta che mi diverto così tanto in un museo” dice il Leo. Parallela alla permanente c’è la mostra di Józef Robakowski, un interessante fulminato che li acchiappa. Fotografano e si lasciano fotografare, posano in mezzo alle istallazioni, chiacchierano, ridono, ascoltano. Sono amabili da portare a giro, per questo dopo quindici anni di astensionismo tornerò in gita con loro. La seconda parte della mattinata li vede autori di un laboratorio analogico in cui confezionano diapositive su apposite carte colorate che alla fine mostrano a noi insegnanti.
La prospettiva di tornare alla stazione come siamo venuti mi atterrisce, invoco un autobus, “ma non abbiamo i biglietti e qui non c’è un posto in cui comprarli…”, hanno diciott’anni e bisogna insegnargli anche a scroccare un viaggetto a ufo sui servizi pubblici, “e se ci sgamano?”, e se ci sgamano si starà a vedere.
Una volta in treno parlano di video su youtube, di fidanzati fedifraghi, di cappellini di lana coi pon-pon, infamano qualche professore, ridono, si chiamano da scomparto a scomparto. Sono leggeri, profumati. Sono bellissimi da guardare, come le opere esposte nei musei.

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(nella foto: Prince su fondo giallo)

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