Profe si va in gita!

Pubblicato il 18 gennaio 2018 da antonella landi

Non li ho contati, ma saranno quindici anni che non vado in gita con la scuola.
A parte qualche uscitina scappeffuggi da consumare in dodici ore, avevo chiuso con le gite vere, quelle con tanti giorni e soprattutto tante notti. Era finito il tempo in cui i miei alunni bergamaschi mi affibbiarono il nomignolo di Afterhour perché non volevo mai andare a dormire e quando si tornava dalla discoteca facevo mattina in camera con loro con la scusa di sorvegliare che non si facessero le canne. Adesso io la notte voglio dormire. Più che volere, devo. Sennò il giorno dopo sono un cencio.
E poi insomma, m’era passata proprio la voglia di stare una settimana a giro dietro a una banda di adolescenti. Che ce li portassero i loro genitori, a spasso per il mondo.
Poi, tre anni fa, ho conosciuto loro.
Facevano la terza.
Me ne innamorai facendo il primo appello.
E non mi capitò altro che con loro, perché i primini mi stavano sul culo e i secondini sì, per carità, bravi, anzi bravissimi, ma il colpo di fulmine è tutta un’altra cosa. Io il colpo di fulmine ce l’ho avuto con poche classi, in tutta la mia vita di insegnante. Una fu con la 4D del “Majorana” di Seriate, un’altra con la 1A della “Gramsci” di Firenze. Il colpo di fulmine è quando non solo tieni a loro perché sono i tuoi studenti e ti sono stati assegnati, non solo cerchi di fare bene il tuo lavoro, non solo li tratti con rispetto e considerazione. E’ quando ti entrano nel cuore, ci fanno una cuccia comoda, e non si schiodano più di lì. E’ quando ti dispiace se si ammalano e saltano le lezioni, se si innamorano, non sono ricambiati e patiscono; è quando ti rincresce se sono assenti perché stare con loro ti diverte; quando ti sale l’angoscia se a metà anno uno ha una crisi esistenziale e medita di ritirarsi. Il colpo di fulmine è qualcosa di potente e ti travolge con un affetto che assomiglia a quello che si prova per un figlio.
“Come farò quando vi sarete diplomati? -gli dico spesso proponendo loro un’ideona: farsi bocciare in massa e restare un anno in più -Cos’è, in fondo, un anno, in confronto a una vita intera? La scuola vi mancherà infinitamente! Restate qui con me! Tanto il lavoro manca, i soldi pure: stiamo almeno tutti insieme altri nove mesi!”. Mi guardano con una certa compassione.
Cominciarono dalla terza a chiedermi se li portavo in gita.
“Per carità! -risposi categorica- Non esiste. Io con le gite ho chiuso. Ho dato tanto nei primi anni di insegnamento, adesso sono vecchia: fatevici portare dalle colleghe giovani.”
Ci ritentarono l’anno scorso, in quarta.
“Ma allora siete sordi. Ho detto che io in gita non ci vado più!”
“Ma profe, andiamo a Torino! E’ una città bellissima! C’è il Museo del cinema!”
“Ve lo confermo: Torino è una città bellissima e c’è davvero quel museo: andatelo a vedere perché ne vale la pena. Ma non con me.”
“Ma profe.”
E insomma mi strapparono una promessa: che se in quinta fossimo stati ancora insieme, e se loro avessero continuato ad essere quel gruppo amorevole che erano, avrei fatto uno strappo alla regola e li avrei accompagnati. All’estero, per di più.
“Parigi!”
“Amsterdam!”
“Barcellona!”
“Madrid!”
“Londra!”
Invece andiamo a Berlino. Il 6, il 7, l’8, il 9 e il 10 marzo.
Una prospettiva strepitosa, se non fosse per un particolare ai tempi non previsto.
Quattro lettere, inizia con la B, finisce con la I.

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