A scuola da don Lorenzo

Pubblicato il 26 marzo 2018 da antonella landi

Sto per entrare in classe a far lezione coi primini quando scopro che di lì a pochi minuti, in Aula Magna, un ex allievo di don Lorenzo Milani incontrerà alcune classi. “Posso imbucarmi con la mia?” chiedo all’organizzatrice dell’evento. Salgo al primo piano a raccattare i ragazzi e li porto con me; don Milani non sanno nemmeno chi sia, glielo accenno per le scale, il prete scomodo e ribelle che insegnava agli operai l’interpretazione del contratto di lavoro, l’esilio a Barbiana, l’idea di farne una scuola atipica e diversa, quei ragazzini strappati ai campi -le ragazzine alle faccende di casa- e messi a studiare 10 ore al giorno, tutti i giorni, domeniche e festività comprese, ma con un modo nuovo di insegnare e di imparare.

Mileno Fabbiani è un omone con le mani grandi, gli occhi buoni e il sorriso timido. Ci racconta mille cose in ordine sparso, autobiografiche e comuni, come di quando il babbo lo trascinò da don Lorenzo affinché lo recuperasse dalla cacciata avvenuta alla scuola elementare, e di quando lui scappava perché in quel posto sperso non voleva starci, ma anche di quando cominciò a provare curiosità per quella scuola senza voti né giudizi né pagelle, una scuola che metteva al centro dello studio l’attualità e che insegnava a cavarsela in tutti i casi della vita. Una scuola che durò quanto durò la vita di quel prete-padre, e che chiuse i battenti quando si chiusero i suoi occhi, dopo che lui stesso ebbe invitato i suoi ragazzi ad andare a fare scuola ma non lì: per il mondo, dove ce n’era più bisogno, perché “essere fedeli a un morto è la peggiore infedeltà”.

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