Incontro con Sergio Staino

Pubblicato il 30 maggio 2018 da antonella landi

Arriva a braccetto con Francesca, l’assistente che ogni giorno lo segue nelle questioni pratiche e organizzative. Varca il portone di quello che docenti e studenti chiamano “l’ottagono”, l’atrio d’ingresso dominato dall’immenso Dioscuro. E anche se ormai la vista lo ha quasi del tutto abbandonato, si guarda intorno immerso nei ricordi.
Sergio Staino, il noto fumettista, vignettista e regista, ha un appuntamento coi ragazzi delle classi quinte dell’indirizzo Arti Grafiche del Liceo Artistico di Porta Romana, scuola in cui egli stesso studiò molti anni fa e che oggi accoglie una sua mostra.
Con passo lento e concentrato prende posto al grande tavolo dell’Aula Magna, ma gli si mette di lato. Seduta al pc sul lato opposto, Francesca fa partire un video. Ed ecco, in mezzo a un pugno di colori vividi, i tratti di un omone con il naso tondo e grosso a cui siamo abituati da anni, Bobo. Accanto a lui un bimbo con i riccioli rossi. In sottofondo le prime note di una musica ben nota a chi è cresciuto in compagnia dei cantautori: Francesco Guccini, Il vecchio e il bambino.
“Mi piace cominciare così questo incontro –ha esordito il maestro- per la simpatia che provo per il fumetto come per la musica d’autore, arti parimenti vituperate e per molto tempo considerate di serie B”.
A giudicare dal silenzio attento con cui lo ascoltano parlare, anche ai ragazzi presenti piace questo inizio. Staino parla sottovoce, come se quello che dice fosse una serie di confidenze riservate. E infatti lo sono. Comincia da lontano, dall’inizio, dall’8 giugno 1940, giorno della sua nascita a Piancastagnaio, da una mamma fiorentina e da un babbo che dal Sud era venuto in Toscana a fare il carabiniere. Due giorni appena, e l’Italia entra in guerra: il babbo parte soldato, la mamma resta sola a prendersi cura del neonato. Sarà l’inizio di un legame speciale, forte e imperituro, una fase indimenticabile nella mente di un bambino destinato a fare del disegno una professione. E’ proprio quella mamma a mettergli in mano, dai tre anni in poi, l’occorrente per ridisegnare le tavole dei libri illustrati. Forse, più che una predisposizione naturale da andare a ricercare nei geni del dna, è stata questa nuova genesi materna a produrre il talento, come se il disegno fosse un secondo ventre di donna in cui poter rientrare alla bisogna, nei momenti di smarrimento, di debolezza, di paura, disegnare per guarire, per vivere meglio, o per sopravvivere.
“Ho sempre disegnato dappertutto, anche usando materiale non adatto, il disegno è stata la mia droga, la sicurezza, la dolcezza, ho sempre pensato a quale miracolo sia portare su un piano qualcosa che nella realtà è tridimensionale e si muove. Pensateci.”
Ci pensano, gli studenti dell’Artistico; ci pensano mentre contemplano quell’uomo che ha bisogno di essere guidato per spostarsi, ma non per affabulare con grazia, ironia e leggerezza di quando, alle scuole elementari, viene subito individuato come una sorta di enfant prodige e portato per mano e per bocca da una giovane maestra incantata dal dono a colori di quel piccolo alunno. “Era innamoratissima dei miei disegni. A 9 anni mi portò agli Uffizi e io per la prima volta restai imbambolato davanti a tutti quei cavalli dipinti dai grandi maestri.”
Il sogno finisce alle medie. Bocciato in disegno. “Eppure gli amici non facevano che chiedermi: Sergio, facci una donna nuda!, e io li accontentavo, certo, lasciavo dei segni confusi tra le cosce, non avevo le idee molto chiare, ma poi approdai all’Istituto d’Arte.” E’ il 1952 quando Staino prende a frequentare quello che oggi si chiama Liceo Artistico, ma inizialmente lo fa in modo parziale: la mattina lavora in una fabbrica di ceramica, il pomeriggio viene a scuola per tre ore di “cultura generale” previste da un corso di apprendistato. Finché qualche docente gli suggerisce di iscriversi regolarmente ai corsi mattutini e prendere il diploma vero.
“L’Istituto d’Arte era allora una scuola molto trasgressiva di studenti borderline e straripava di creatività. Ricordo discussioni di ore sull’arte figurativa, sull’arte astratta. E rammento anche qualche nome tra i professori più carismatici, Nencioni che insegnava Ornato, Gatti che faceva materie letterarie. C’erano solo due sezioni, la A e la B. Non come oggi, che arrivate alla M.”
Preso il diploma, Staino si iscrive alla facoltà di Architettura e consegue la laurea. “Sì, sono diventato architetto, poi ho fatto molta attività politica, ho fatto il marxista-leninista, smettendo per fortuna prima di diventare terrorista” precisa con un sorriso sornione sotto i baffi.
In una fase esistenziale nera, la mano del disegno lo riafferra nuovamente per salvarlo dalle acque torbide in cui si sentiva annegare. “Era un periodo di merda, ma i sindacalisti mi invidiavano la capacità di disegnare e mi spingevano a farlo con più serietà. Il 10 ottobre del 79 mi dissi: provo a fare una striscia e provo a mandarla all’Eco di Scandicci. Chi prendo come soggetto? Un cane? Un pappagallo? Un papero? Gli animali erano già tutti presi. Alla fine feci un me stesso ingrandito, cogli occhiali, il nasone: Bobo. I primi critici a cui sottoposi quei disegni furono gli amici: se gli amici ridono, il lavoro funziona. Allora, in un delirio di onnipotenza, mi dissi: perché inviare Bobo solo all’Eco di Scandicci? Lo mandai a Linus.”
Esilarante è il racconto dell’attesa di una risposta, il tentativo di fingersi tranquillo quando Oreste Del Buono lo contattò al telefono, o quando al primo colloquio con Del Buono e Guido Crepax gli fu chiesto se la conformazione conferita alle strisce era intoccabile e Staino confermò che, sì, non andava toccata, mentre pur di uscire su Linus quelle strisce le avrebbe fatte anche rotonde.
Staino è un torrente di parole lente che ti s’incollano addosso, è una fonte di aneddoti curiosi e spiritosi che rincuorano i ragazzi e li aiutano a sperare che, chissà, anche per loro forse la vita ha in serbo una serie di casi fortuiti e miracolosi come i suoi. “Oggi le cose per il fumetto vanno un po’ meglio: Art Spiegelmann con Maus ha vinto il Pulitzer. E vanno meglio anche per la canzone d’autore: Bob Dylan ha vinto il Nobel anche se non l’ha ritirato. Una nuova moda lessicale chiama il fumetto graphic-novel. Ricordatevi sempre che una cosa funziona nel fumetto: la perfetta corrispondenza tra la parte grafica e lo spirito del testo. Siate sinceri e riuscirete ad arrivare al cuore di chi legge. Il disegno mi ha salvato, sempre, da piccolo e da grande.”
Già. Lo ha salvato anche dalla malattia, un morbo che ha il nome e le peculiarità di uno scherzo del destino: degenerazione della retina, dopo anni di altissima miopia. Oggi Sergio Staino ci vede pochissimo. Ma (come dice lui stesso) va “in tasca alla sfiga” continuando a disegnare, facendolo a memoria, ricercando nei meandri della mente i dettagli prima dati per scontati. E chiedendo aiuto alla tecnologia.

(destinazione editoriale: Corriere della Sera)

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