L’amore è come lo spumante

Pubblicato il 17 luglio 2018 da antonella landi

Quando eravamo bambini, la mamma e il babbo (con la gradita presenza della zia Lolly e dei cuginetti Simone e Gabriele) ci portavano spesso a Renacci, che è il nome di un poggio in punta al quale non c’è altro che una casona con una chiesina attaccata dietro e quasi sempre chiusa. A qualche centinaio di metri dal prato e dalla casona con la chiesina appiccicata al culo sorgeva la villa della principessa Corsini, una donnina che nessuno mai vedeva ma di cui tutti conoscevano i famosi maremmani, enormi cani bianchi che odiavano i frequentatori del pratone e di tanto in tanto si materializzavano seminando il panico. La cosa bella di questo Renacci era il prato. Un grande prato verde dove nascono speranze come, proprio in quegli anni, cantava Gianni Morandi. Noi ci si andava le sere d’estate a fare prodigiosi pic-nic. La mamma cucinava di tutto, ma il piatto forte era la sua panzanella, essenziale come la si fa noi valdarnesi, senza nemmeno il pomodoro, solo pane bagnato nell’acqua e poi strizzato forte forte, sbriciolato e condito con tantissima cipolla, costine di sedano, basilico a ciuffi, sale, olio e aceto, freschissima, perfetta per l’estate. La strada che portava al poggio era sterrata e polverosa, l’erba di quel prato più verde dell’erba di ogni immaginabile vicino. Da lassù s’intravedeva un pezzo di panorama a valle, ma San Giovanni era invisibile a causa di un bosco che ne impediva la contemplazione.
In quel bosco, quando era giovane e appena fidanzato, il babbo ci portava la mia mamma.
Da giovane il babbo fingeva di essere burbero e allergico alle romanticherie, gli piaceva fare il duro, il Gano (il duro di San Frediano), l’uomo tutto d’un pezzo che non deve chiedere mai, eppure quel giorno, proprio nel boschetto di Renacci, la sua natura da Julio Iglesias venne fuori: condusse la mamma sotto la Rosa dei Venti (una costruzione aperta ai lati sul cui apice era stata disegnata una rappresentazione grafica che riassumeva le provenienze dei venti presenti in quella determinata zona del mondo) e in alto, vicino a una colonna, non si sa bene con quale strumento scrisse (o forse incise) la frase “L’AMORE E’ COME LO SPUMANTE, PERCHE’ FRIZZA IN OGNI CUORE”. Oggi lo chiameremmo vandalo. All’epoca (e agli occhi della mamma) il gesto equivalse a un’impresa degna di Giacomo Casanova. Oggi avrebbe scritto champagne. All’epoca era grassa se poteva permettersi uno spumantino locale. Le cronache (che decidono di essere discrete proprio sul più bello) non narrano gli eventi immediatamente successivi al gesto del babbo. I figli di costui (una ragazzina sfacciata e un bambino mattacchione) avanzarono spesso l’ipotesi di un abbandono sensuale della mamma al babbo molto simile a quello della Duse al Vate nel celebre pineto della Versiliana, ma i due protagonisti di questa libidinosa storia non hanno mai dato conferme in tal senso. Fatto sta che il babbo si è sempre vantato moltissimo di quella giornata estiva in cui depose gli abiti dell’introverso per vestire quelli dell’intraprendente.

“Babbo, portiamo Bobi a Renacci a sgambare un poco sull’erba del pratone? Sono proprio curiosa di rivedere quel posto.”
“Volentieri. E già che ci siamo, andiamo anche alla Rosa dei Venti a rivedere la mia scritta.”

Ma la Rosa dei Venti, in totale stato di abbandono, sta cadendo a pezzi in mezzo al bosco; i rami degli alberi hanno abbracciato le colonne, l’intonaco si sta staccando e parte del tetto si è bucata che da sotto ci si vede il cielo. Di quella scritta, ridotta a calcinaccio, non è rimasta traccia. Il babbo è rimasto malissimo.
Ma l’amore è come lo spumante: nonostante tutto frizza ancora nel suo cuore.

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