Ben ci sta una colazione

Pubblicato il 25 luglio 2018 da antonella landi

Nell’estate (infernale) in cui scrivevamo la nostra antologia per il biennio delle scuole superiori, io e Coautrice ci ritiravamo spesso alla Pensione Bencistà, nel fresco delle colline fiesolane, dove avevamo chiesto asilo alla signora Beatrice, proprietaria dell’antichissima struttura alberghiera. Non ci dormivamo, ovvio. Però ci facevamo colazione. Mangiare ogni ben d’iddio, dal salato al dolce, per finire con tanta frutta fresca, ci dava ispirazione per la giornata di lavoro. E lavorare in un ambiente tanto bello, bucolico, storico e curato ci metteva nelle condizioni di dare il meglio di noi, nonostante le zanzare. A lavoro ultimato inserimmo tra i ringraziamenti anche l’intero staff della Pensione Bencistà e la signora Beatrice, una donna amabile dalla voce roca, lo gradì. Per questo ogni volta che torniamo a salutarla (e a fare colazione) ci accoglie con tanta gentilezza.

“E’ una settimana che non ci vediamo e mi sei mancata tanto: regaliamoci una mattinata insieme!”
“Sì, andiamo a fare colazione a Bencistà!”
Solo che questa volta arriviamo in tre.
“Il cane può entrare?”
“Ma certo. Non ricordate? Ne abbiamo due anche noi!”
Due labrador, uno biondo e uno nero, uno vecchio e uno giovane, entrambi curiosi di fare conoscenza con l’ospite cittadino.
E così, mentre noi ci si sfondava di pane burro e marmellate artigianali, dolci fatti in casa, yogurt e caffellatte, cereali e semi di zucca, croissant e frutta, impegnate nel racconto degli arretrati di una settimana, loro s’inseguivano e si ciucciavano nel prato sotto la terrazza panoramica.
“Ti ho portato un regalino da Roma.”
“E io ti ho portato un paio di dipinti realizzati in questi giorni in cui eri via.”
“A proposito di questo, dammi l’intera cartelletta con i tuoi acquerelli.”
“Per fare?”
“Dai qua. Faccio partire la strategia.”
Dìcesi strategia un metodo (subdolo e al contempo comico) finalizzato (secondo la mia fantasiosa amica) a mostrare i dipinti a tutti i presenti fingendo di guardarli in privato. Fanno colazione a Bencistà tutti gli ospiti della Pensione, per lo più stranieri, giovani e attempati, persone eleganti e molto silenziose.
“BELLI QUESTI TULIPANI!”
“Ma che fai? Parla piano!”
“ANCHE SE I PAPAVERI SONO PIU’ IL TUO FORTE.”
“Parla piano, ti dico! E non alzare i fogli, tienili bassi sopra il tavolo, mi fai vergognare!”
(“Lascia fare a me e stai al gioco.) E POI CHE BELLA CARTA! DOVE L’HAI PRESA?”
“Ma che ne so, era un quadernone a fogli spessi che mi regalò tanti anni fa un’amica. Parla piano ho detto!”
“QUESTO COME LO HAI INTITOLATO?”
“Ginepraio. Ma non urlare.”
“BELLO IL GINEPRAIO! E QUESTO?”
“Non lo so. Ma vuoi stare zitta?”
(“Ma non capisci? E’ la mia strategia! Fidati! Adesso vedrai, attiro l’attenzione, noteranno i tuoi dipinti e vorranno acquistarne certamente qualcuno.”)
Cacate zero.

(Nella foto: Ginepraio, collezione privata)

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