Un’altra Calabria

Pubblicato il 19 agosto 2018 da antonella landi

Qualcosa come trent’anni fa il babbo e la mamma decisero di comprare una casa in Calabria.
Nessuno dei due vantava pur remote origini calabresi. Ma qualche estate prima eravamo andati tutti insieme là in vacanza e loro se ne erano innamorati.
“Ma che siete pazzi?!” urlavamo io e il Rondine, che avevamo lasciato il cuore sul golfo di Lacona e a Forio d’Ischia, fino a quel momento nostre mete annualmente reiterate.
“A noi ci garba” tagliavano corto i nostri genitori.
“E noi non ci verremo” replicavamo ricorrendo alla minaccia.
“Va bene, resterete a casa” perché raramente le minacce in casa nostra hanno funzionato.
“Ma ragionate in termini di tempo -adottavamo allora la prospettiva temporale- noi cresceremo e andremo in vacanza per i fatti nostri, mentre voi invecchierete e quei 750 chilometri di strada diventeranno impercorribili perché tu, mamma, vorrai un posto più vicino e tu, babbo, avrai sempre più difficoltà a guidare.”
Il babbo si toccava le palle per scaramanzia, la mamma diceva pensate ai cazzi vostri.
Comprarono quindi quella casa. Nel tempo, l’arredarono con gusto e la corredarono di ogni confort, compreso il climatizzatore.

Ci siamo sempre andati obtorto collo, quel posto non ci era familiare, era selvatico, troppo diverso dai luoghi a cui eravamo abituati, le spiagge non erano attrezzate, i paesini apparivano malconci, la gente parlava una lingua strana piena di vocali spalancate, buOngiOrnO, buOnasErA, tuttO a pOstO?
Il babbo e la mamma invece ogni volta che partivano alla volta calabrese parevano due pasque e quando tornavano la macchina straripava di limoni e puzzava di cipolle di Tropea.
Io e il Rondine crescemmo e, come da copione, prendemmo a viaggiare.
Il babbo e la mamma, contro ogni previsione apocalittica e favoriti entrambi dall’arrivo del pensionamento, seguitarono beati a scendere in Calabria quando gli pareva e gli piaceva, strinsero solide amicizie coi locali, diventarono intimi con Norina la verduraia, Nina e Antonio i villeggianti, Nello il titolare del ristorante Maris, Sina la fornaia e Osvaldo il pesciaiolo. Poco prima di morire, inferma sulla sedia di lillà, la mamma chiese al babbo un ultimo viaggio in Calabria, che poi l’ultimo non fu visto che il babbo ce la porta ancora sistemando sul sedile accanto al suo l’urna lignea con le ceneri.

Il Rondine si riavvicinò alla Calabria quando nacque il Frenky.
“Ma sai che ci si sta proprio bene? -diceva al suo ritorno- il mare è splendido, la gente è gentile, la casa confortevolissima. Per delle vacanze con un bambino è davvero l’ideale.”
Dato il mio stato di neomamma, tre settimane fa ho deciso di tornarci anch’io. Dall’ultima volta erano passati vent’anni. La Calabria mi è sembrata un’altra, i tartufi di Ercole nella piazza centrale a Pizzo, il pesce di Maris sulla spiaggia, il monte Mancuso dietro casa dove rifugiarsi nelle ore di calura, la bellissima Sila Grande col suo lago di Cecita e Camigliatello che sembra di essere sulle Dolomiti, la pizza al Tipiko di Amantea, il Museo della Lambretta a Feudo De Seta, il borgo di Le Castella a Isola Capo Rizzuto, il panorama sempre mozzafiato e due cene memorabili alla Torretta di Fiumefreddo, la verdura che sa di verdura, il piacere di cucinare. E tutte quelle cose che all’epoca non riconoscevo questa volta le ho sentite mie.
Il bambino, poi, si è divertito da morire.

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