Bobi e Robert Redford

Pubblicato il 23 agosto 2018 da antonella landi

Una delle più grandi fortune della vita è stare bene nel posto di lavoro, il che vuol dire esercitare una professione che ci rappresenta e farlo insieme a gente ganza.
Quando chiesi il trasferimento all’Artistico di Porta Romana, lo feci perché l’edificio è straordinario e perché mi parlavano di una preside bravissima. Di lì a poco avrei scoperto che anche quelli che ci studiano sono particolarmente affascinanti e quelli che ci insegnano (ciascuno nel proprio personale stile) prevalentemente interessanti. Robert Redford (docente di Storia dell’Arte) spicca su tutti per cultura, intelligenza, doti didattiche, ironia e (che non guasta mai) avvenenza. Ha una casa-museo in cui ha raccolto opere d’arte di pregiato valore e un’oggettistica variegata che mescola con grazia disinvolta lo chic con il kitch. In quell’appartamento al quinto piano di un palazzo panoramico nella romantica periferia fiorentina non v’è un angolo sgombro e ogni stanza straripa di libri, quadri, suppellettili, ricordi, fotografie, sassi colorati, cuscini, palle di vetro, collezioni di uccelli e planetari. Andare a pisciare nel suo bagno comporta la concentrazione che di solito mettiamo in un atelier.
Ieri sera mi ha invitata a cena.
“Questa volta, se non ti dispiace, porterei anche Bobi. Da molto tempo ormai padroneggia sfintere e vescica, è disciplinato ed educato, insomma un brav’omino. Posso?”
Robert ha detto che non solo potevo: dovevo.
Bobi è entrato e, tartufo a terra, immediatamente ha preso a ispezionare. In salotto ha preteso di sedersi sul divano bianco latte. Per ammazzare il tempo dell’attesa della cena ha inteso baloccarsi con le palle di vetro colorato. Poiché Robert dissentiva, si è accontentato di ciucciare l’angolino di un cuscino ricamato a mano. Trasferiti in cucina, ha controllato cosa prevedesse il menù puntando le zampe sulla tavola e appoggiando le bagioge appiccicose sulla tovaglia di lino azzurro mare su cui ha lasciato una sgorata generosa. Quindi ha atteso la pausa cicchino per afferrare di nascosto (io però l’ho visto) una fetta di pecorino stagionato già adocchiata in precedenza e ingurgitarla senza masticare. Ha altresì gradito l’acqua fresca che Robert Redford gli ha versato nella ciotolina a forma di osso firmata Tiger.
Tornati in sala dopo il lauto pasto, ha rifiutato di sedersi sul telo offertogli da Robert ed è tornato ad accucciarsi accanto a lui sopra il divano, questa volta notando però un gatto di pezza nera adagiato sullo schienale e pretendendo con tutte le sue forze di entrarci in confidenza.
Quando, stremata dai richiami e umiliata dallo sbugiardamento a cui dovevo sottopormi, ho estratto dalla borsa la famosa palla parlante per cani (un oggetto strepitoso che consiglio anche a chi il cane non ce l’ha) per distrarlo dal gattino nero, ha preso ad inseguirla e conseguentemente a farla ruzzolare, sbattere e parlare, un casino a quell’oddio.
Robert Redford ha resistito fino all’una di notte. Infine ci ha cacciati.
Della serata mi resta una foto eloquente in cui Robert siede sul divano e Bobi, accanto a lui, si finge complemento d’arredo.

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