Quella roccia della Vanda

Pubblicato il 4 ottobre 2018 da antonella landi

Ricorderete la Vanda. Il beagle femmina nata dalla prima cucciolata di Nello e Milly, che io e il Moro adottammo quando eravamo fidanzati e che restò a lui quando (pur conservando una vicendevole amicizia che gli anni a venire non avrebbero mai intaccato) ci separammo.
Effettivamente di anni ne sono trascorsi parecchi, sedici per la precisione. E la Vanda è invecchiata come noi. Anzi, per quell’iniqua corrispondenza temporale che passa tra umani e cani, lei è invecchiata molto più di noi e adesso è come se si aggirasse intorno alla novantina.
La Vanda ritornò prepotentemente nella mia esistenza un’estate fa, quando il Moro mi chiamò al telefono per chiedermi se potevo tenergliela mentre lui traghettava il Tirreno per una vacanza in Corsica con la sua famiglia, e io accettai piena di gioia e d’emozione.
Rivederla fu bellissimo. Scoprire che mi amava ancora come quando era cucciola, incredibile. Dovergliela restituire un mese dopo, un dolore lancinante che solo l’adozione di Uncerto Ubaldo detto Bobi seppe lenire. Del resto se lui è qui, felice, insieme a me, felice più di lui, lo dobbiamo solo a lei.
Il tempo però non fa sconti a nessuno, nemmeno a una canina sana e forte come quella. E qualche mese fa le ha presentato il conto. Un conto esoso e minaccioso attaccato a una mammella, identico a quello che colpisce tante donne nel mondo. Un conto chiamato tumore.
La decisione, unanime e condivisa, fu di risparmiarle l’intervento chirurgico e di rispettare la sua senilità, lasciarle vivere il tempo che le rimaneva e non mortificarla con sbrani e rammendi. Tutti contavamo proprio sulla questione anagrafica, che rende i vecchi meno predisposti alla diffusione tumorale. Alla Vanda però, giovanissima inside, il tumore è cresciuto a dismisura e in poche settimane è diventato una protesi mostruosa di ciccia tumefatta pronta a esplodere all’improvviso per via dello strato finissimo di pelle che lo rivestiva.
“Dobbiamo assolutamente intervenire -hanno detto le veterinarie- State pronti, perché il rischio che non si risvegli più dall’anestesia è altissimo.”
Io, quando nel display del cellulare leggo “Moro”, mi sento sempre male. Ho sempre paura che mi chiami per dirmi quello che vorrei non dover udire mai. La nostra Vanda è morta.
“Non è morta, però potrebbe morire. La operano domattina. Mi sembrava giusto dirtelo.”
Certo, giustissimo. Ma intanto io non dormo, io non mi concentro, io non smetto di pensarci nemmeno mentre spiego l’endecasillabo sciolto; e dopo la scuola mi fiondo all’ambulatorio perché voglio essere lì, in ogni caso.
“E’ ancora sotto i ferri. Chiamaci alle 13.”
E allora torno a casa col magone, e guardo Bobi così giovane, morbido, liscio, perfetto, cerco nella sua baldanza il coraggio che mi manca, anche lui mi guarda con l’espressione di chi pensa mbè?, sicché smetto e me lo abbraccio forte, e gli sussurro non lasciarmi mai, e lui sempre lì con quella faccia da mbè?

È il primo pomeriggio quando il Moro chiama, le veterinarie chiamano, insomma tutti chiamano per dire: VANDA È VIVA. Non solo. STA ALLA GRANDE.

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