Una nuova maturità

Pubblicato il 12 ottobre 2018 da antonella landi

La notizia è nota. Cambia (di nuovo) l’esame di maturità.
Ma più che sulle novità legate ai crediti, al sistema del punteggio, alla questione dell’alternanza scuola-lavoro e all’abbinamento delle prove Invalsi, vorrei riflettere sui mutamenti della prima prova scritta. Mi toccano da vicino, è vero, ma poi –dire o non dire- la prova di Italiano pesa tantissimo sull’andamento dell’esame. E della vita. Se non sai mettere insieme le parole trasformandole in un discorso sensato, dove puoi sperare di andare?
Io me lo ricordo bene il giorno in cui noi docenti di Lettere scoprimmo che, da quel momento in poi, avremmo dovuto insegnare ai nostri studenti a scrivere articoli di giornale e saggi brevi. Ci venne un coccolone. Prima di tutto perché i tempi erano strettissimi e la nuova maturità incombeva: pochi mesi e sarebbe stata lì, pronta a valutare noi, oltre che loro. Poi perché chi insegna Italiano non è detto debba padroneggiare lo stile giornalistico o essere saggista in automatico. Ma soprattutto perché articolo di giornale e saggio breve tutto sono, fuorché due tipologie di scrittura semplici. Si tratta di scritture specialistiche, per penne dotate, o quantomeno predisposte. Valli a insegnare a un ragazzo del Professionale a indirizzo Meccanico o a indirizzo Agrario (di certo bravissimi nei loro ambiti, ma –inutile negarlo- meno frequentemente predisposti per l’argomentazione scritta), i tratti peculiari di un saggio breve, i segreti tecnici di un articolo di giornale: vivrai un anno scolastico che non dimenticherai con facilità e le tue notti saranno piene di orrori.
Ma prontamente il Ministero ci venne incontro con i cosiddetti “documenti”: un malloppo di spezzoni, citazioni, brani estrapolati, financo opere pittoriche, che gli studenti erano chiamati a utilizzare nelle loro produzioni. E tu avevi voglia a bandire il “copincolla”: quello facevano. Un mosaico di frasi, un appiccicottìo di discorsi rabberciati, spesso in contraddizione tra di loro, senza capo né coda.
Dovemmo dire addio alla scrittura bella, quella personale, intima, autobiografica, psicologica (che tanto bene fa a quell’età) e bere quella purga collettiva (i ragazzi per scrivere, i docenti per correggere quelle corbellerie). Contro voglia, ma lo facemmo. Le case editrici stamparono e diffusero vademecum per insegnarci a insegnare quello che per il Ministero era diventato fondamentale all’improvviso: fare degli studenti italiani un popolo di saggisti e giornalisti. Agli esami di maturità svolti da quell’anno in poi ci fu sempre da discutere, perché mai il metodo di un professore soddisfaceva le esigenze del commissario esterno che veniva a esaminare i suoi studenti, in una catena d’infinite frustrazioni di cui hanno pagato lo scotto più che altro gli studenti stessi.
Ma ecco, pochi giorni fa, la notiziona. Si ricambia. Basta articoli, basta saggi. Basta addirittura (ma perché?) temi di argomento storico. A questa strage sopravvivono le analisi del testo, che saranno due anziché una sola (e probabilmente proporranno un testo poetico e uno narrativo, da recuperare nel panorama letterario dell’Ottocento oltre che in quello novecentesco) e il tema classico, il vecchio caro tema argomentativo che (proprio perché richiede argomentazioni) aiuta ad argomentare, quindi a riflettere, ad avere opinioni personali e a saperle articolare attraverso un bell’incipit, un sostanzioso corpo interno e un finale che (auspicabilmente) conferisca una circolarità all’elaborato ricongiungendosi a quello che si è scritto all’inizio. A tutto questo, poi, è stato aggiunto un nuovo ibrido che consisterà nel dover commentare un brano (letterario o d’altra tipologia) assegnato dalle alte sfere.
E dunque, io sono contenta. Amo il tema, sopporto l’analisi del testo, e mi va bene insegnare a riassumere e commentare lo scritto di un altro.
Però mi dico: se uno ha una quinta, a cui ha già fatto terza e quarta e che ha fatto esercitare in continuazione sulle tipologie precedenti, si ritrova adesso ad accantonare le fatiche di un biennio e a lanciarsi in soli nove mesi nell’esercitazione a una nuova tipologia. Non sarebbe stato meglio permettere ai prossimi candidati di conservare le forme di scrittura richieste finora e riservare quelle nuove ai maturandi dell’anno scolastico venturo? Non è una penalizzazione introdurre novità sulla pelle di chi ha poco tempo per abituarsi e imparare bene?
Ma sono domande che restano nel vento. L’unica cosa da fare è rimboccarsi le maniche e, da domani, dare inizio al nuovo lavoro che ci aspetta.

(per l’inserto fiorentino del Corriere della Sera)

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