L’imbucata

Pubblicato il 29 novembre 2018 da antonella landi

Sono ventisei anni che insegno. E ventisei anni che, ogni novembre (o dicembre) e ogni aprile (o maggio), aspetto i genitori dei miei alunni per quello che va sotto il nome di “ricevimento plenario”: una giornata di ordinaria follia nel corso della quale la scuola viene presa d’assalto da orde di adulti che, prima schiacciandosi contro il portone d’ingresso come tafani ai vetri e poi correndo a perdifiato lungo i corridoi per accaparrarsi i posti migliori, va a consulto dai docenti. È vero, negli ultimi tempi questo rituale è reso meno scandaloso e più ordinato dal registro elettronico, tramite il quale è ormai possibile effettuare una prenotazione online da casa e presentarsi così al cospetto dei professori (almeno) non sudati e ansimanti. Resta comunque una giornata epica su cui si potrebbe scrivere un trattato antropologico e di cui, non avendo generato una progenie propria, ho sempre visto lo scenario dall’interno dell’aula assegnatami. Ma cosa accade all’esterno?
“Devi assolutamente intrufolarti in una scuola che non sia quella in cui lavori e fingerti mamma –mi ha detto un’amica, insegnante come me ma che, a differenza di me, ha una figlia liceale- Udirai cose che la nostra mente non arriva a immaginare”. Figurarsi se me lo sono fatta dire due volte: l’altra sera, sobriamente elegante in cappottino nero, ho scelto un liceo fiorentino in cui si svolgeva il ricevimento plenario e mi sono imbucata.
“La mia/ il mio” e “la tua/ il tuo” sono le prime espressioni su cui vorrei richiamare l’attenzione. Con queste abbreviazioni si indicano infatti gli studenti stessi. “Come va la tua?” dice una mamma a un’altra, entrambe in coda davanti all’aula del docente di Lettere. “Insomma. Mica tanto bene. La mia ha cinque a Italiano e Storia. Il tuo?”. “Anche il mio.”
“Quella di” e “quello di “ sono i modi con cui indicano i docenti, probabilmente per far prima. “Quella di Italiano”, “quello di Matematica”: è più rapido che non “la professoressa di Italiano”, “il professore di Matematica”. Ma andiamo oltre, non ci fermeremo certo alle formalità.
Il passo immediatamente successivo riguarda l’attribuzione delle colpe.
“Ma scusa eh, ti pare giusto che gli diano tutte quelle pagine da studiare? Trenta pagine di Storia! E poi il mio me l’ha detto: coi voti l’è di manica strettissima. Non è mica giusto.” “La mia –dice un’altra- l’è andata volontaria, la sapeva, vedrai, gliel’avevo risentita io! Eppure gli ha messo l’insufficienza. L’è tornata a casa tutta incocciata, ma io gliel’ho detto: te tu la sapevi, te l’ho risentita io!”
Ma non sono neanche i voti, l’unica questione posta in analisi.
“Hai visto che libro la gli ha dato da leggere? Non mi pare mica adatto a quell’età.” “Infatti. Per questi ragazzi d’oggi ci vuole roba differente, più leggera, meno impegnativa. Già non leggono: se poi gli date quei mattoni! Il mio non va avanti né bene né male.” “Nemmen la mia. Ora quando entro glielo dico.”
Si passa poi al metodo didattico: “quello di Chimica va troppo veloce”, “quella di Filosofia approfondisce poco”, “con quello di Fisica non ci si capisce nulla”, “quella di Storia dell’Arte la fa troppo bozzolosa: non c’è mica solo la sua materia!”.
Ultimo aspetto psicanalizzato, le peculiarità caratteriali.
“Un musone”, “troppo ridanciana”, “antepatico”, “sempre sulle sue”, “inteccherita”, “una chiacchierona”, “troppo buona”, “va a simpatie”.
O signori genitori. Ma non vi va mai bene nulla, o sbaglio? Da cosa nasce tutta codesta convinzione di essere nel giusto, quando ragionate di scuola? Lasciate che vi dica poche cose. “Risentire” una materia non è uguale a “interrogare” su quella materia. “Libertà didattica” è un sacrosanto diritto di ogni docente, riconosciuto (e menomale!) anche dal Miur e dai dirigenti scolastici. “Manica stretta” o “manica larga” sono pareri squisitamente soggettivi: ognuno indossa la manica che vuole. Ma se di tutto questo avete da ridire, lasciateci almeno tenere il carattere che abbiamo, come voi e i vostri figli avete quello che vi siete ritrovati.
Accettiamoci. Accogliamoci. Fidiamoci.
Solo così potremo ancora avere qualcosa di utile da dirci.

(per Il Corriere della Sera)

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