Risus abundat

Pubblicato il 22 novembre 2009 da admin

Una delle pratiche più difficili da espletare quando si è adulti in generale e insegnanti in particolare è mantenere viva la memoria dell’imbecillità che ci caratterizzava quando avevamo l’età dei nostri ragazzi.

Ai grandi, gli adolescenti sembrano una fornitissima fabbrica di cazzate e un generoso magazzino di idiozia.

A me gli adolescenti fanno spesso incazzare. Mi arrabbio se non studiano, se non obbediscono, se non sono abbastanza maturi, se combinano troppi guai, se si fanno del male da soli, se sono i primi a piangersi addosso, se non tirano fuori le palle e combattono per un ideale, se si sentono disillusi a quindici anni, se non pensano che di vita non c’è che questa e che, per questo, va vissuta fino allo sfinimento delle forze.

Ma se c’è una cosa di fronte alla quale io capitolo è lo spettacolo di adolescenti che ridono.

E non parlo di una risata modesta e contenuta nel tempo e nei modi.

Mi riferisco agli attacchi ingestibili e indomabili d’ilarità folle, sconclusionata e talora del tutto immotivata che colpiscono i ragazzi proprio nei momenti e nelle situazioni che glielo vieterebbero di più.

Per esempio a scuola.

Io li vedo benissimo e intuisco alla perfezione quando sono lì lì per tracimare.

Tipo, uno dice una scemata a caso. Non importa che sia una barzelletta di qualità o il racconto di un aneddoto particolarmente comico. Basta che sia. Un gioco di parole, un errore di qualcuno, uno sguardo storto, un odore strano, un rumore nuovo, un pensiero con sfumature di assurdità.

A volte basta anche che sia assolutamente niente.

E la pantomima parte.

Il narratore finisce di sussurrare la cazzata e l’ascoltatore prende coscienza della propria impossibilità fisiologica di non ridere. Ci prova, poverino. Ma è inutile: non ce la fa. Sicché lo vedi che comincia a sussultare, a far ballonzolare ogni membro del suo corpo, a ondeggiare come una crema portoghese, come una coscia cellulitica. Intanto cerca un vano tra la bocca e il naso per respirare senza fare uscire il riso che gli riempie già il condotto gutturale trasmettendogli l’imbarazzante e sconveniente sensazione di soffocamento, difficile da motivare al cospetto della professoressa.

“Che succede lì?”.

Mai chiedere chessuccedelì a un crocchio di adolescenti impegnati in una guerra contro l’attacco selvaggio di riso.

Meglio osservare di sbieco, senza farsi notare. Meglio godersi la scena alimentando in loro l’illusione di essere sufficientemente occultati e protetti dagli zaini dietro cui (inutilmente) si nascondono.

Io m’intenerisco, quando vedo gli adolescenti ridere come scemi.

Perché mi ricordo di quando ero bambina e la mia mamma mi raccontava che con la sua amica Aleandra le succedeva la stessa cosa, nella vetreria in cui lavoravano insieme, passando più tempo a prendere per il culo gli altri operai che a molare calici in cristallo.

E mi ricordo anche di quando ero adolescente io e con le mie compagne di banco era lo stesso, strozzate dai singulti, annichilite dal terrore di essere beccate, ubriache d’allegria pazza.

Forse per questo l’adagio popolare coniato dai romani “risus abundat in ore stultorum” mi è sempre suonato offensivo. Come si può dare dello stolto a chi ride di gusto, a chi non riesce a smettere di farlo, a chi nemmeno la paura funge da deterrente?

Quest’anno ho una classe che ride anche se si trova un cadavere tra i piedi.

Io la guardo col cuore pieno di ricordi e aspetto con pazienza che il riso sfumi da solo.

Quindi vado avanti e ricomincio a spiegare pensando a tutto il tempo che è passato da quando ero anch’io amabilmente scema come loro.

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