Ciappino, ovvero: la fine dell’infanzia

Pubblicato il 8 dicembre 2018 da antonella landi

Per me l’infanzia ha avuto solo un nome. Ciappino.
Ciappino (detto anche Ciappo) era il mio orso di peluche. Medie dimensioni, pelo giallo senape, sguardo birichino, non ricordo neanche chi me lo regalò. Ricordo però alla perfezione quanto lo amavo. Ciappino era l’amico perfetto da abbracciare in qualsiasi situazione, sul divano mentre facevo merenda con pane vino e zucchero e guardavo A come Andromeda, sul pavimento mentre allestivo la mia mega fattoria popolata di animali da cortile tra cui una famiglia di ippopotami, una coppia di giraffe e tre rinoceronti, ma soprattutto a letto, nella notte, quando lo stringevo forte a me e anche la paura del cavallo sgozzato in quella scena maledetta del Padrino scompariva.
Ciappino è stato l’unico segno dell’infanzia che ho salvato dalla distruzione, a cui non sono sopravvissuti Teresa la rossa né tantomeno quell’odioso di Ciccio Bello, che mi stava sul cazzo da morire. Di quell’oca della Barbie poi non ne parliamo, non fecero in tempo a regalarmela che le avevo già mozzato quei capelli ossigenati da baldracca.
Ciappino invece era il mio amore e me lo sono portato dietro in tutti i diciassette trasferimenti di domicilio. In questa casa lo custodivo con una certa gelosia dentro un’anta dell’armadio, da cui lo estraevo di tanto in tanto per dargli un’annusata.
“Guarda, Bobi. Prima di amare così tanto Nello e te, ho amato lui, Ciappino. Te lo voglio presentare. Guarda bellino. Siccome quando ero piccola la mamma non voleva un cane in casa, io sfogavo tutta la mia tristezza su di lui, e sognavo che un giorno avrei avuto un animaletto tutto per me. Uh, scusa, mi suona il telefono, torno subito. Stai buono qui con Ciappino.”

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