Un’esperienza mistica

Pubblicato il 27 gennaio 2019 da antonella landi

Quando non lo aspettavo più, arriva quel messaggio: a che ora?
Butto là: alle 6?
Ma poco dopo arriva una chiamata: potresti fermarti anche a cena?
Alle 7, portato il cane a scavallare alle Cascine, fatte due cosine in casa, distribuita la pappa della sera, mi butto in macchina e imbocco la Fi-Pi-Li.
Procedo a 90 per godermi la strada che mi porterà all’incontro a cui, fino a pochi giorni fa, non osavo nemmeno pensare.
Non so cosa mi aspetta.
Con lui ho parlato solo due volte e solo per telefono, la sua voce bassa profonda e bella come quando accendo il Sonos e lo faccio cantare, la mia incerta timida e imbranata.
La città che di solito vedo di giorno è buia e accoglie la gente della sera, giovani col motorino, macchine che fanno un po’ di tappo alla rotonda dei quattro mori. Apro il finestrino per annusare il mare.
Riguardo la mappa che mi ha inviato con la posizione del ristorante dove mangeremo e parcheggio lì vicino. C’è un barrino, entro a chiedere conferma.
“Scusate, è per qui Liquidi e Solidi?”
“Liquidi e solidi?! Occos’è?”
“Un ristorante, no?”
“Un l’ho mai sentito, dé.”
Proprio così, sono a Livorno. Ma poi gli torna in mente.
“Ah! Te dici il Piulle! Vai giù per questa strada, a destra giri, fai cinquanta metri e te lo trovi sulla destra. (Dé, va dal Piulle).”
“Ah, dal Piulle! Dé, ma infatti si diceva maccos’è Liquidi e Solidi! Noi si conosce come Piulle.”
“Ok, grazie mille.”
“Ma di che, dé, divertiti, buona serata!”
L’ingresso del Piulle è a vetri con le tendine a mezzo, monto sullo scalino e m’affaccio per guardare dentro. Lui è già lì. Siede a capotavola, imbraccia la chitarra, ha una maglia nera, un giubbotto verde marcio del mercato americano, un calice di rosso lì davanti, ai piedi un amplificatore ancora spento, la custodia rigida di un’altra chitarra.

Sono tornata a casa dopo cinque ore, ho mangiato tagliatelle con la razza e il parmigiano, ho bevuto del buon rosso che scendeva dal decanter, ho parlato con tutti quelli che arrivavano, si fermavano allo stesso tavolo per un piatto caldo e ripartivano, ho scoperto che il Piulle è un oste poeta che scrive poesie che non hanno nulla da invidiare a quelle che scriveva Rilke, Steve ha mangiato un primo e poi è scappato via a ripassare i pezzi col violino, Mirta parlava di cavalli, Gianni mi diceva domani vo a vedere una casa a Quercianella, mollo tutto e mi trasferisco qui per sempre. Non avessi mai tirato fuori l’argomento del microfono: finché non ne ha trovato uno uguale al suo non ha avuto pace e ha fermato tutti i neri, e dopo mi c’ha fatto fare il karaoke, dé, ‘sa vòi canta’? E non so perché ho scelto di cantare Parole parole parole di Mina, che la canto da quando ero piccina e mi garba sempre abbestia, con quel microfono in mano mi davo un monte d’arie e mi sentivo a casa mia, anzi meglio. Con Giorgia siamo uscite sulla strada a fumare uno, due, tre, quattro cicchini, faceva un freddo cane ma chi se ne fregava, ero a Livorno, ero con loro, ero felice da morire. Una ragazza bionda che abita precisa sopra il Piulle mi guardava allucinata e mi diceva ma davvero anche te ti trasferisci qua, ma che sei pazza, ma perché non stai a Firenze, qua un c’è nulla, è una morte, una galera. Ma tutti vellattri a dargli contro, ma che dai retta a lei, qui si sta da dio, guarda questo video che tramonto c’era oggi, si vedeva la ‘Orsica, che un si vede quasi mai. E soprattutto lui con la sua voce bassa e profonda e bella come quando canta mi diceva vieni, vieni a stare a Livorno, le leggi livornine sono ancora vive, parlano ancora, senti come sono belle, vieni te le leggo: a tutti voi, mercanti di qualsivoglia nazione, Levantini, Ponentini, Spagnoli, Portoghesi, Greci, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani ed altri, concediamo reale, libero e amplissimo salvacondotto e libera facoltà e licenza che possiate venire, stare, trafficare, passare e abitare con le famiglie e, senza partire, tornare e negoziare in terra di Livorno, hai letto?, dé, è Ferdinando I de’ Medici, capito, era il 1591.
E insomma son tornata a casa che era buio come un culo, la testa mi ronzava di chiacchiere canzoni e di risate, l’adrenalina spanta dappertutto, ma la luna giaceva di schiena in mezzo al cielo e m’ha fatto compagnia fino a Firenze.

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