Il meraviglioso mondo dell’Inail

Pubblicato il 29 maggio 2019 da antonella landi

Quando ti fai male sul posto di lavoro, del tuo caso se ne prende cura l’Inail.
Fino a un certo punto della tua convalescenza però di quest’Inail nemmeno l’ombra perché chi ti segue è il medico dell’ospedale in cui ti hanno portata dietro l’urlo sguaiato dell’ambulanza, un medico, nel mio caso, ruvido all’apparenza ma nella sostanza un uomo gentilissimo che mi ha presa, credo di poterlo dire, a cuore come si fa con i figlioli o con i cani; e io del resto con lui uguale, tanto che, se alla visita ci trovavo la sua sostituta, una dottoressa giovane e carina ma, se mi si permette, un poco fredda e troppo tecnica per il mio bisogno di rapporto umano, storcignavo il naso e prima di andarmene lasciavo a lui una letterina adagiata sulla scrivania che la vedesse al suo ritorno dalla sala operatoria.
A un certo punto però i medici dell’ospedale, per quanto bene possano volerti, ti licenziano e ti dirottano in via degli Orti Oricellari, dove ha sede l’Inail; un bell’edificione tutto bianco e ben tenuto, con un cortile interno, tre scalette e un atrio luminoso da accecare, con tante seggioline giro giro. Che uno entra e subito gli viene incontro un omone in camicia, corpulento ma agile, svelto, sveglio la sua parte: ha un appuntamento? Se ce l’hai premi tasto giallo, se non ce l’hai premi tasto rosso. In ogni caso farai un’attesa incredibilmente breve, perché tutto, all’Inail, è organizzato alla perfezione. E qui uno -trattandosi di istituto pubblico- penserà sé, ciao, e invece sì, fidatevi, l’Inail, quello di Firenze almeno, funziona che è un piacere andarci.
Intanto questo portiere con la fisicità di un lottatore e la gentilezza di un individuo d’altri tempi, seguirà la tempistica di ciascuno dei presenti e, giunto il tuo momento, ti darà tutte le indicazioni necessarie a non smarrirti nei meandri ma imboccare l’àndito corretto.
E poi tutto il personale, dagli impiegati allo sportello alle signorine all’accoglienza, dalle infermiere ai medici legali, una cordialità da non si credere. Ma vorrei, se posso, spendere qualche parola in più sulle fisioterapiste. Dopo la visita dalla fisiatra, ti viene assegnata una fisioterapista: si prenderà cura del tuo arto sbertucciato tutte le mattine, per un periodo di tempo che può essere anche molto lungo, o non molto, dipende da cosa ti sei fatto.
E così tutte le mattine prendi a recarti all’edificio bianco, che è proprio dietro la stazione, dentro il quale tutto assume un aspetto protetto e ovattato, come un uovo in cui ti appallottoli dimenticando quello che hai lasciato fuori, il traffico, i treni, la tramvia (benedetto chi la volle), la caciara e gli spintoni, per metterti nelle mani di una donna che maneggerà, bombarderà, stirerà, piegherà e riabiliterà il tuo arto.
Tutto questo non da sola, ma in compagnia. In compagnia di un mondo: tre muratori di orgine albanese che si erano tritati braccia e spalle e che ogni mattina portavano il caffè alle fisioterapiste; un peruviano dolcissimo e Modesto anche nel nome a cui il braccio non tornava ancora dritto; una thailandese caduta mentre serviva ai tavoli di un hotel a cinque stelle in centro; una preside scivolata come me sulle scale della scuola che dirige; un giovane socio di una cooperativa che lavora coi disabili, diventato a sua volta più disabile di loro; un signore caduto dallo scooter mentre consegnava biancheria pulita negli alberghi cittadini. Un mondo di storie a cui ogni mattina si aggiungevano dei tasselli, dei particolari, in una scoperta quotidiana di varietà umana piena di fascino, roba che ti faceva alzare la mattina e dire: uh che bello anche oggi vado all’Inail.

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