Come mi sono innamorata di lei

Pubblicato il 8 settembre 2019 da antonella landi

Io sono sempre stata innamorata di Firenze. Ero una ragazzina e sognavo il giorno in cui mi ci sarei trasferita. Andai a lavorare in Lombardia e tutte le notti dei cinque anni successivi mi sono addormentata pensando che prima o poi ci sarei tornata. Di Firenze mi piaceva tutto, anche le cose che non piacciono ai fiorentini. Il traffico, le code sui viali, il numero eccessivo di turisti in centro, le voci becere dei bottegai, gli scooter che t’entrano anche in tasca, le differenze abissali tra i quartieri. E quando finalmente mi ci trasferii, e ci tornai dopo l’esilio volontario, feci il possibile per godermela tutta, spremendola come un’arancia piena di succo rosso e zuccheroso, sfruttando ogni occasione per saltare sulla bicicletta e raggiungere quello che mi offriva per quel giorno, una mostra, un cinema, un concerto, un tè con le mie amiche, un aperitivo lungo l’Arno, la presentazione di un volume, una conferenza, un corso di ballo, un corso di yoga, un corso di pilates, un corso di cinese, con la Moleskine che certi giorni finiva lo spazio e non sapevo dove scrivere che alle cinque e mezzo alle Oblate c’era Leggere per non dimenticare. A Firenze ho vissuto i miei amori più importanti, ho preso qualche cantonata, sono andata a sbattere contro un calesse pericoloso e gigantesco a cui adesso graziaddìo non penso più. E ogni volta che camminavo sopra le sue pietre la trovavo sempre bella, bellissima, la città più bella di tutto il mondo, e l’emozione mi saliva in gola, i brividi mi si spandevano sulle braccia, gli occhi cercavano particolari ancora mai visti e si appoggiavano sulle conferme del suo splendore eterno. Sentirmi anonima dentro le folle che attraversavo ma non sentirmi sola, mescolarmi a gente che non avrei mai più incrociato nella vita. Tutto mi affascinava, e la guardavo come si guarda la persona che si ama, vedendone solo i pregi, negandone ogni difetto. Ho cambiato undici case e ho assaggiato la vita di ogni quartiere.
Poi, non so com’è accaduto, ho iniziato ad amarla sempre meno, che palle questi turisti che passano, consumano e se ne vanno distratti e frettolosi, che tristezza queste botteghe antiche che chiudono per far posto ai moderni mangifici, che pena scoprire pisciate ai muri del centro, e che agonia pagare anche l’aria che dobbiamo respirare. E le occasioni culturali sì belline, ma che casino per arrivare in centro, che gente volgare nei locali, che livello di nervosismo per le strade. Contemporaneamente, mi sono innamorata di un’altra.
Livorno da piccina credo di non averla neanche mai vista. Non posso dire di averci dei ricordi d’infanzia, le mie vacanze erano altrove, il babbo e la mamma non mi portavano su quel punto della costa, ma più a sud, il mare per me iniziava da Grosseto. Fu Claudia a trascinarmici, da grande, ma tante estati fa. Un’amica di un suo amico aveva invitato quel suo amico e gli aveva detto porta anche qualche amica, e lui l’aveva detto a lei, che l’aveva detto a me, che l’avevo detto a lui, che l’aveva detto a loro. Ci ritrovammo in sette in un appartamento lungo la via Grande, abbarcati nei lettoni, pigiati in cucina a preparare pesce fresco, e sempre a giro per mercati e strade con le ciabatte ai piedi, un permesso dei vigili per parcheggiare sotto casa e la sensazione che quella città mi avesse accolta prima ancora di domandarmi il nome.
Ma soprattutto furono gli anni successivi a convincermi che Livorno accoglie. Ci si andava il sabato, la domenica, d’estate, d’inverno, mezzi gnudi, intabarrati nei cappotti, con la scusa di mangiare il pesce, di vedere il mare, di ascoltare i livornesi mentre parlano, di bere uno, due, tre ponci al mandarino, di mangiare un frate fritto, un cinque e cinque dalla Gagarina. E ogni volta era così facile attaccare discorso, stabilire una relazione coi passanti, ridere coi venditori di ciarpame. Livorno senza turisti, genuina, verace, linguacciuta, lenta, rilassata, vagabonda, Livorno che se ti girano i coglioni vai sul mare e passa tutto, iniziò a diventare il mio nuovo amore.
Adesso la notte mi addormento pensando che forse quella casa in Borgo Cappuccini, un giorno, potrebbe essere la mia.

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