Amore a prima vista

Pubblicato il 15 settembre 2019 da antonella landi

Vero o no che con le case è come con gli umani? Un giorno ne vedi una e pensi: eccola, è lei, è la mia. Quella casa prende subito a parlarti, a sussurrarti: prendimi… prendimi… sono io, sono quella giusta, quella che cercavi, sono la casa dei tuoi sogni. Ma una casa non è mica una maglietta, che in cinque minuti la vedi, la provi, senti che ti calza e te la compri. Con una casa ci devi un po’ pensare, rimuginare, tornare a casa tua e sentire che quella là ti parla ancora, ti seguita a ronzare dentro il capo, mentre inizi a guglare come arredare un terrazzo, come sistemare una veranda tutta vetri, come costruire un lettone coi materiali da recupero, come trasformare una Singer in una base per il lavandino in bagno. La notte ti addormenti vagando mentalmente per le sette stanze immense di quella grande casa, che sta proprio nel quartiere che piace tanto a te, vicina al centro ma non dentro il casino, vicina al mare che ci arriveresti in pochi passi, e lungo la sua via tutti i negozini di cui avresti bisogno nella quotidianità, la bottega per gli animali, il panaio più buono di tutta la città, il fruttivendolo che non ti spenna, l’alimentari vecchio stile con i prodotti locali e genuini, il porto mediceo a un tiro di schioppo per scendere a comprare il pesce di giornata. La mattina ti svegli e il primo pensiero è lei, quella casa possente e immobile che hai lasciato in quel punto preciso della strada, sull’incrocio, dove sai che presto la ritroverai perché tornerai a vederla. E scorri la raffica di foto che hai scattato, e allarghi sul particolare, il battiscopa, l’angolino sbertucciato, i pavimenti di una volta, i panorami dalle finestre antiche.
Vai a trovare il babbo e glielo racconti, lui all’inizio sgrana gli occhi e dice: ma che fai sul serio?! E poi però quando la vede dice: madonna bella! E t’appoggia, t’incoraggia, ti dice: vai, fallo, hai ragione, ne vale la pena. Al Collegio dei Docenti lo racconti ai colleghi che c’hai accanto e uno dice: il lettone coi materiali di recupero te lo costruisco io. Un altro: io ti regalo quel mobile di gusto industriale che non posso più tenere e che ti ci starebbe proprio bene. E un altro: anch’io in cantina ho diversa roba che potresti recuperare e restituire a nuova vita. Intanto io quella casa l’arredo mentalmente, la monto, la smonto e la rimonto mille volte, il tavolo bianco rotondo lo metto lì, la vetrina del 1914 di là, il mobile del collega in una delle due camere, la mia grande libreria nello studio luminoso.
Chiami la banca, contatti il Fondo Espero, metti insieme la somma che puoi raggiungere, per una volta nella vita hai voglia di mattoni tuoi, la vocazione congenita al nomadismo abitativo ti abbandona lentamente, sei pronta, attempata ma pronta, a fare il passo che quasi tutti fanno da giovani e che tu hai sempre detto di non voler fare perché hai sempre pensato che niente in questa vita è nostro, solo la terra, il cielo, il mare, e quelli già ce li hai.
Ora però quella casa favolosa senti di volerla, senti di potertela permettere, sai che potrebbe cambiare la tua vita, e sai che sarebbe una vita ancora migliore. E quindi chiami l’agente immobiliare che te l’ha mostrata e gli dici: torno a vederla, la vorrei, anzi la voglio, vediamoci domani, alle 11, sul portone, all’angolo, come una settimana fa, ok?
E quando lui ti dice che un’altra agenzia l’ha già venduta, è come se quella casa ti cascasse tutta addosso, all’improvviso, sopra il cuore.

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