E io che credevo

Pubblicato il 25 ottobre 2019 da antonella landi

Quando, a settembre, la scuola è iniziata, mi sentivo strana. Non avevo addosso quel pizzicorino che in genere mi viene a ogni rientro, la voglia di conoscere le nuove classi, la carica per iniziare con loro un lavoro lungo nove mesi, la curiosità di scoprire che anno sarebbe stato. Per me sarebbe stato un anno monco, appena abbozzato, e questo mi demotivava. Guardavo il mese e mezzo che mi si profilava davanti e mi sembrava lunghissimo, inconcludente, una fatica inutile imparare novanta nomi nuovi se poi dovevo abbandonare all’improvviso tutti e tutto. “Mi sento scollegata”, “mi sento scollata”, “mi sento estranea”, “mi sento distante” non facevo che ripetere ai colleghi durante le riunioni preliminari. Loro mi rispondevano che, nei miei panni, si sarebbero sentiti solo euforici: tempo quarantacinque giorni e avrei iniziato un’avventura entusiasmante, la ricerca all’università, ma ci pensi, culona che non sei altro, per tre anni niente sveglie obbligate, niente compiti da correggere, appelli da fare, spiegazioni da preparare, disciplina da insegnare. Nessuna bèga, nessun rompimento, ma una nuova scommessa lavorativa, un impegno del tutto diverso, da affrontare con i propri tempi e i propri modi. Ma appunto, mi dicevo, perché ricominciare il vecchio lavoro, per poi doverlo finire così presto? Non sarebbe stato meglio se la Preside mi avesse utilizzata in altro modo?, che so, per le supplenze, per la biblioteca, per pulire l’atrio. Perché conoscere tutti quei ragazzi mai visti prima, fare un pezzettino di strada insieme a loro, con questo stato d’animo tiepidino e moscio, e poi salutarli?
Poi è giunto il 16 settembre. E sono entrata in classe.
Di giorno in giorno, di ora in ora, quella massa adolescente informe ha preso ad avere nomi, volti, espressioni, voci, movenze, sorrisi, personalità. Quando alle cose inizi a dare un nome, non sono più cose qualsiasi. Sono cose speciali. Figuriamoci le persone. Margherita, Niccolò, Greta, Lorenzo, Alessandro, Umberto, Eleonora, Sofia, Alice. Oscar, Paul, Pablo, Emma, Ardita. Diego, Mattia, Nico, Alessia, Lia, Noemi. Gloria, Ilaria, Irene, Sveva, Renata. Non sono più sconosciuti. Non sono più ragazzi e ragazze qualunque. Sono diventati speciali, unici, eccezionali, ciascuno con la propria storia, il proprio baule di giovane vita, la propria inconfondibile grafia che ho già imparato a distinguere da tutte le altre.
Ho cominciato a spiegare, a interrogare, ho sperimentato la flipped classroom, ho fatto far lezione a loro, ho assegnato una poesia da imparare a mente e li ho messi in piedi su una sedia con un microfono in mano, ho montato un leggìo e li ho chiamati a interpretare un brano a modo loro, ho assegnato un romanzo da leggere a casa, ho fatto una, due, tre verifiche, ho raccolto un sacco di voti e li ho inseriti nel registro elettronico, ho cercato di stanare i timidoni, di contenere gli spavaldi, di godermi i buffi e gli spontanei, ho ascoltato i loro racconti, ho guardato il loro profilo, annusato i loro capelli, osservato i loro astucci, i loro zaini, i loro cellulari. Li conosco. Mi piacciono. Mi sono affezionata.
Io che credevo che non valesse la pena imparare novanta nomi nuovi per così poco tempo, adesso vorrei sapere di loro molto, molto di più. Io che credevo che sarei stata meglio se mi avessero utilizzata per supplenze o biblioteca, adesso sono grata a chi ha deciso di farmi stare in classe. E io che credevo che questo mese e mezzo non sarebbe mai passato, che sarebbe stato farraginoso e lento, inutile e faticosissimo, mi ritrovo già alla fine con sgomento.

(Dedico queste parole ad Alice, che stamani ha pianto.
E ad Eva, che all’uscita mi si è fatta vicina e mi ha chiesto sottovoce: “Profe, ma il blog continuerà a scriverlo, vero? Sa, lo ha scoperto la mia mamma”.)

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