La bella movida

Pubblicato il 8 luglio 2020 da antonella landi

Sono già sei mesi che vivo a Livorno. Nel mezzo c’è stato lo straniante lockdown, ma posso iniziare a fare qualche bilancio. Ho fatto bene? Mi sono pentita? Mi manca Firenze?
Uno dei motivi che mi hanno spinta ad abbandonare la città che ho adorato per anni è legato al tema della cosiddetta movida, il movimento notturno, la vita sotto le stelle. Sarà che invecchio, ma quella fiorentina mi piaceva sempre meno, e alla fine mi nauseava addirittura. Firenze in passato l’ho sentita come casa mia, accogliente, amabile, sicura: a trenta, quarant’anni rincasavo nel cuore della notte e non c’è mai stata una volta che un timore mi attraversasse la mente, o che rientrassi delusa dalle mie scorribande. In auto, in bicicletta, a piedi, ne percorrevo le strade a cuor sereno, come quando cammini a fianco dell’uomo che ami e di cui ti fidi, e ti lasci portare per mano dove vuole, e lo segui a occhi chiusi. Poi non so cos’è successo: ho avuto meno voglia di chiasso?, mi sono annoiata dei soliti luoghi?, non avevo più l’età per bisbocciare? Fatto sta che ho rinunciato sempre più alle uscite, preferendo un libro a mamma Santo Spirito. A volte ci ho riprovato, ma che vi devo dire, un ciarpame, un sudiciumaio (per non dire troiaio), un caos brutto di gente irrispettosa, urli, berci, file di gente a liberarsi la vescica lungo il muro della chiesa più bella di tutta la città, parolacce offese e bestemmie urlate al prete durante la celebrazione delle messe. Il mio tempo è passato, pensavo, uscire la sera non fa più per me.
Poi mi sono trasferita qua. Esco quasi tutte le sere, a volte per un aperitivo sul viale Italia, alla storica Baracchina Rossa o alla Vela; a volte per una cena alla Venezia, il quartiere che pullula di locali, ristoranti, pub e birrerie, mentre le barche attraversano i suoi canali costruiti sul modello della Serenissima. A volte faccio una semplice passeggiata, vado a uno dei cinema all’aperto, in Villa Fabbricotti, alla Fortezza Medicea, all’Ardenza. C’è un clima incantevole, e non mi riferisco solo a quello meteo: dico il clima umano, l’atmosfera tra simili, allegra ma mai becera, rilassata e mai svaccata, libera ma sempre rispettosa. Mi piace questa cosa che i livornesi tengano alla loro città: magari sono i primi a criticarla, ma la proteggono dai cialtroni e dai turisti che (tendenzialmente) passano, consumano distratti e se ne vanno. Mi piace che Livorno sia pensata e organizzata per i livornesi, che i luoghi pubblici rispettino le esigenze degli abitanti locali, che non fioriscano ovunque mangifici anonimi con merce dozzinale a bella vista, ma si mantengano invariati posticini storici che la gente ama e frequenta da decenni perché sono sinonimo di garanzia e di qualità.
A volte penso: forse sono vittima dell’incanto iniziale, forse non sono obiettiva, sono accecata dalla novità. Ma poi parlo con loro e capisco che è davvero come dico io: i livornesi infamano Livorno ma guai a chi gliela tocca, come la mamma, solo noi possiamo criticarla, perché ne conosciamo i segreti e il valore.
E quindi sì, ho fatto bene, anzi benissimo, a trasferirmi qua (avrei dovuto farlo molto prima); no, non sono affatto pentita. E purtroppo no, non mi manca per niente quella Firenze che ho lasciato.

(per “Il Corriere della Sera”)

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