Anziché il messicano

Pubblicato il 28 novembre 2009 da admin

Erano quelli in cui facevo l’università, i tempi in cui il messicano sbaraccava.

Via San Gallo, appena lasciato alle spalle il mercatino di San Lorenzo, sulla destra, subito dopo il negozio storico Le Menagerie, che vendeva le pentole e le porcellane più care di Firenze.

Era lì, il messicano.

Passandoci davanti, ci guardavo dentro attraverso la vetrina quando uscivo dalle lezioni di Latino, Storia Medievale e Storia della Critica che tenevano a Magistero anche se io facevo Lettere. A quell’ora ero stanca di appunti, di parole, di pranzi al bar, di giornate pendolari e studio quotidiano, perciò non mi ci fermavo mai. Il treno stava per partire dal binario sedici e io ero una brava bambina che non beveva, non faceva tardi e non mandava mai affanculo i genitori per ottenere il permesso di restare in città a dormire da un’amica.

Dalla strada si vedeva una densa cappa di fumo e si sentiva un gran casino: diverse lingue, orribili favelle, voci alte e fioche, e suon di bicchierini sbattuti sul bancone.

Era tequila bum bum.

Mai assaggiata in vita mia, prima dei trent’anni.

Poi conobbi il Belpelato e m’introdussi nell’ambiente: si era piena epoca happy hour, aperitivi, boccali di birra bionda da tre litri da sorseggiare in gruppo, guacamole e nachos affogati nella salsa rossa strapiccante che dava dipendenza, altro che le droghe.

Era un rituale consolidato dalle sfumature quasi sacre, fissare una sera sì e una sera sì e trovarci all’ingresso, lui in bicicletta dal lavoro, stanco di rapporti, discussioni, scadenze e controlli, io in bicicletta da casa, rilassata da pomeriggi di scrittura, telefonate con le amiche, libri dentro i quali mi perdevo.

Il bancone era luuuuuuuuungo e ligneo, vissuto e ammaccato. A distanza regolare spuntavano da sotto dei gancini in ottone per appenderci la giacca, la borsa, il sacchetto con gli acquisti freschi. Mi arrampicavo in punta di piedi sullo sgabello e mi ci appollaiavo sopra come una chioccia appagata. Anziché al becchime davo fondo alle patatone triangolari che ordinavo farcite di formaggio fuso e pomodoro fresco a dadolini.

Nessuno faceva il mohito come Simone.

Lo preparava con il cuore, mica solo con le mani. Spezzava in grossolani pezzi i quadretti di ghiaccio. La menta era sempre fresca. Il risultato era sempre forte. La serata era sempre allegra. La musica era sempre intonata. Il popolo pure. Ci si trovava lì con Giacobello e il Checco, con la Simo e la Sarina. A volte il Piero con la Mama. Ma noi ci si stava parecchio bene anche da soli. E si familiarizzava con le americane sguaiate, con i messicani veri, una volta con un docente universitario in sosta a Firenze dagli Stati Uniti, un’altra con una coppia di australiani a cui sembrava tutto pittoresco. Poi passava Andrea con il cappellino rosso a quadri. E l’edicolante da cui il mattino dopo prendevo il quotidiano prima di entrare al Meucci. All’ultimo mondiale ci consumammo una cena assai sabrosa insieme all’amico Paulo di Lisbona, prima di riversarci sulle strade a guardare come può impazzire una città.

Un giorno ci dissero: son le ultime bevute, presto si chiude. E noi ridemmo perché non ci credevamo.

La saracinesca è stata giù per tanto tempo. Settimane e mesi. Molto più di un anno.

Ora che ha riaperto, ha mangiato anche lo spazio de Le Menagerie. E’ un locale che impressiona, per come è grande, comunicante, sconfinato ed esagerato. Arredi elegantissimi, dispendiosi. Se mentre bevi un drink provi a fare due conti di quanto possano averci lasciato, ti va di traverso la sorsata.

Il bancone è rivestito in pelle vera. Le luci sono tattiche e soffuse. Gli accorgimenti fin troppi e danno noia.

Distrattamente, hanno trascurato di metterci l’anima.

Così il locale è freddo, non ti avviluppa, non ti si accosta addosso.

Se poi alzi gli occhi alla parte più alta delle pareti e lo sguardo ti cade sui maxi-schermi che trasmettono il calcio o, in alternativa e in contemporanea, i video più pacchiani con la musica più brutta, capisci che il messicano è morto per sempre e che quello eretto sulle sue ceneri non è altro che uno dei tanti locali di cui è pieno il mondo e di cui il mondo farebbe tanto volentieri a meno.

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