Come gane e catto

Pubblicato il 29 novembre 2009 da admin

Chi sceglie di vivere con un cane lo fa perché non sente il peso di dover uscire più volte al giorno per fargli fare i bisognini e tante, tante corse all’aria aperta, lo fa perché vuole un animale sempre intorno, perché vuole essere contemplato, ubbidito, amato, adorato. Il proprietario di un cane prova l’impressione di poter intavolare con lui una discussione corposa dalle vaghe sfumature filosofiche e di essere sempre preso in seria considerazione. Il proprietario di un cane non teme il puzzino che l’amico a quattro zampe, specie nei giorni d’umido, rilascia e diffonde per la casa. Come non teme le zampate lasciate sul divano, la peluria sparsa e svolazzante nell’appartamento. Egli è pronto a dedicare tanto del suo tempo alla bestiola che, qualora trascurata, soffre e si ammala di malinconia. E’ pronto ad essere svegliato a suon di slinguazzate fradice, calde e nauseabonde dopo aver trascorso una nottata al confino nell’angolo del materasso per far posto a lui, ad avere gli abiti coperti di peli ispidi, a non avere più una vita propria ma un’esistenza in simbiosi permanente.

Chi sceglie di vivere con un gatto spesso lo fa perché non ha tempo né voglia di stare a congelarsi o a bollire sulla strada nelle quattro stagioni dell’anno ad attendere che rigagnoli di piscia e ciambelle di cacca vengano depositate a terra. Lo fa perché preferisce non avere un’ombra perennemente attaccata ai piedi e, proprio per questo, ama l’indipendenza del felino, la sua tendenza alla solitudine, il suo anelito al silenzio, alla pace, alla libertà. Il proprietario di un gatto gradisce farsi contemplare come solo un gatto contempla: con concentrata e simulata distrazione. Il proprietario di un gatto è orgoglioso di avere in casa un animale che profuma anche se in una vita intera non tocca sapone nemmeno con un polpastrello: egli lo osserva fiero, quando l’ospite peloso si fa il bagno completo con la lingua ruvida e rosata e sa bene che, per la fissazione che l’animale nutre per la toelettatura personale, mai si paleseranno nell’abitazione tracce del suo invisibile passaggio. Altrettanto bene sa che può restarsene tranquillamente fuori casa a giornate intere perché il gatto, lungi dall’immalinconirsi, ne sarà contento addirittura e per un intero giorno penserà placido e meditabondo ai fatti suoi. Sa che il gatto andrà in cerca di lui più che altro per mangiare e che quelle fusa ruffiane miste a miagolii di supplice orazione li farà solo per avere doppia razione di croccantini e che per questo stesso scopo la mattina alle sei e un quarto lo sveglierà a suon di zampate e graffi su naso, bocca e guance.

Chi sognava un ibrido di tutto questo, sono io.

Io (per questioni di tempo) volevo un animale che non fosse obbligatorio portare fuori come minimo tre volte al giorno, ma che fosse anche facile convincere ad uscire per fare quattro passi nel quartiere o una pedalata in bicicletta. Volevo un animale che mi stesse vicino, ma non mi soffocasse e non suscitasse in me sensi di colpa, che già mi avanzano quelli che mi trascino dietro dalla nascita. Che mi volesse molto bene, ma che non mi adorasse. Che stesse bene insieme a me, ma ogni tanto provasse l’esigenza di cambiare stanza. Che avesse il pelo profumato e morbido, ma che gli puzzassero almeno i piedi di formaggio. Che amasse tanto l’acqua da farsi fare gavettoni estivi e tentare in tutti i modi di entrare con me dentro la cabina della doccia. Che dipendesse da me per i bisogni elementari, ma poi le riflessioni su etica e metafisica se le gestisse anche da solo, sul tavolo in terrazza, con la pupilla in verticale e il muso proiettato verso la cupola di Brunelleschi, il piazzale Michelangelo e il forte Belvedere. Che si facesse cercare e desiderare, che non diventasse mai scontato, che dormisse accanto a me, ma nella propria cesta messa in fianco al letto. Che la mattina mi svegliasse con schiaffetti non violenti e aggiustasse la coda a punto interrogativo formulando la domanda muta: si mangia, sì o no?

Volevo tutto questo e, poiché ce l’ho, ho preso coscienza di ospitare in casa un autentico, ricercato e rarissimo esemplare non di cane, non di gatto, ma di catto.

L’ibrido perfetto dei tempi in cui avevo in casa il bracchetto inglese Nello.

Che non a caso era un gane.

Leave a Reply

XHTML: You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>