La ragazza mela e il ragazzo finocchio

Pubblicato il 13 dicembre 2009 da admin

L’Antologia del biennio inaugura la sezione dedicata all’amore con la fiaba raccolta da Italo Calvino “La ragazza mela”, che narra di quel re e di quella regina assai depressi a causa di mancanza di eredi.

“Perché non posso fare figli, così come il melo fa le mele?” sospirava la regina.

Ora successe che alla regina, invece di nascere un figlio, nacque una mela. Una mela colorata come non se n’erano mai viste.

Il re la prese e la mise in un vassoio d’oro sul terrazzo.

Orbene, in faccia a questo re ce ne stava un altro, e quest’altro re, un giorno che stava affacciato alla finestra, vide sul terrazzo del re di fronte una bellissima ragazza bianca e rossa come una mela che si lavava cantando I feel good nananananà e si pettinava al sole.

Quando costei s’accorse che quel guardone la puntava con un rivoletto di saliva alla bocca, turbata si riscosse e rientrò nella sua mela.

Ma il re numero due ormai era fottuto: aveva raccattato una cotta clamorosa per la tipa e voleva a tutti i costi farla sua. Per questo attraversò la strada e andò a bussare ai suoi regali dirimpettai chiedendo alla regina di poter avere in dono da lei quella strafic… ehm, quella mela esposta sul davanzale del terrazzo.

“Non ci penso nemmeno -tagliò corto la regina- quella mela m’è costata bombardamenti ormonali e cure antisterilità, ho speso uno stonfo di quattrini e girovagato per tutte le cliniche del mondo: sarei una pazza se la regalassi a te”.

Poi invece, si sa come vanno queste cose, per non aver da litigare con il vicinato ella cedette e regalò al re numero due la figlia mela.

Egli era tutto un brodo di giuggiole e passava le giornate a contemplare la sua bella. Non la sfiorava nemmeno con un dito (il fesso) ma si accontentava di guardarla mentre lei si lavava le ascelle, si svuotava i condotti auricolari dalla marmellata, si smoccicava il naso dalle caccole e si pettinava quei capelli di seta.

Il caso però volle che questo re oltre che sfigato fosse anche bamboccione: viveva infatti ancora con sua madre, una matrigna stronza e invidiosa ma anche furba come una faina che non tardò a notare qualcosa d’insolito nel comportamento di suo figlio, ma me ne sarei accorta anch’io, perché quello stava ore e ore chiuso in camerina sua, sicché i casi erano due: o si ammazzava dalle seghe o (più probabilmente, visto che aveva passato da un bel po’ la fase onanistico-adolescenziale e andava per i trenta) nascondeva qualcosa di losco nella stanza.

Quando il re partì per la solita guerra che scoppia in tutte le fiabe, la regina cattiva si sfregò le mani pregustando l’incursione abusiva che di lì a  poco avrebbe fatto nella camera del figlio.

Solo che (oibò) non ci trovò nulla.

Se non (guardando bene) quella mela.

“Bah -pensò- ma se a tavola la frutta me la scaca sempre?!”.

Per cui, oltremodo insospettita, afferrò il coltellino a serramanico che portava in tasca e fece a pezzi il frutto, dal quale uscì immediatamente un fiume di sangue.

“Oddìo! -gridò la donna- Cosa ho combinato!”.

Eh, ciccia, cos’hai combinato. L’hai combinata grossa, lasciatelo dire. Ora quando torna il re te ne accorgi.

Ma il re alla guerra dormiva tra due guanciali, perché aveva lasciato le chiavi di camera sua a un servo fedele.

Il quale però, opportunamente drogato dalla stronza, s’era addormentato e aveva perso completamente i sensi.

Immaginarsi come ci rimase quando si riprese dal coma, andò in camera del suo padrone e trovò la mela fatta a fette e pronta per essere incastrata nell’impasto di una torta.

“Cazzo cazzo cazzo” era l’unica frase che riusciva a mettere insieme, facendo fare alla stessa parola da soggetto, da predicato verbale e da complemento oggetto senza stare lì a perdere tanto tempo con la consecutio temporum.

Poi si ricordò che (toh, che caso) aveva una zia fata. Specializzata (ri-toh, che caso) nell’incollamento di mele aperte in mille spicchi da matrigne stronze.

In un attimo la ragazza mela tornò intera, sana e intonsa. Semmai un po’ incerottata, ma meglio di nulla.

In quel mentre tornò il re dalla sua guerra.

“‘Scolta biondino -disse la ragazza mela, che non aveva mai spiccicato parola per tutta la fiaba- mi sarei un po’ rotta i coglioni di fare la mela e basta: che mi sposi te o mi accontento del tuo servo, che almeno lui una botta ogni tanto magari me la dà?”.

Il re capì che era il caso di quagliare, la afferrò alla vita, la coinvolse in un dinamico casché e le infilò venti centimetri di lingua in gola.

Chiaramente vissero felici e contenti, dopo un matrimonio da mille e una notte e dopo mille notti d’ispirazione sado-maso.

“Piaciuta, ragazzi?”.

“Mah, insomma profe… abbiamo letto di meglio”.

“Ma come! E’ proprio carina! Cosa non vi ha convinti?”.

“Le numerose incongruenze”.

“Ah sì? Tipo?”.

“Be’, difficile da credere che da una mela possa uscire una ragazza”.

“In effetti”.

“E che una ragazza possa rientrare in una mela”.

“Sì, forse”.

“E che in uno stesso paese ci siano due re”.

“Be’, infatti”.

“E che questi due re vivano proprio uno davanti all’altro”.

“Effettivamente”.

“E che la regina, dopo tutta la fatica fatta per avere una figlia, quantunque mela, accetti di darla via all’altro re”.

“Obiettivamente”.

“E che il re numero due non metta mai le mani addosso alla ragazza mela”.

“Eh, già”.

“E che la matrigna del re numero due viaggi con un coltellino in tasca”.

“Eh sì”.

“E che il servo abbia una zia fata specialista in mele affettate”.

“Ehehehe, questa in effetti è buona”.

“Insomma, questa fiaba non ci garba”.

“Bene, allora riscrivetela voi”.

“COSA?!”.

“Sì, riscrivetela voi: per la prossima volta in cui avremo Antologia”.

Nasce così la nota fiaba “Il ragazzo finocchio” dove si narra di un re e di una regina depressi perché non avevano un erede e di quando un giorno la regina partorì e dette ala luce un finocchio, un bel finocchio bianco e verde dalle foglie grasse e polpose, e di come il re di fronte affacciato alla finestra s’innamorò di lui vedendo che da quel finocchio usciva tutti i giorni un figaccione palestrato per fare due ore di pesi sul balcone, e di come però ci si mise di mezzo il servo eccetera eccetera.

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