Boicotta il circo!

Pubblicato il 28 dicembre 2009 da admin

Uno sta un paio di giorni fuori città, poi torna e s’attarda in un pranzo in collina più lungo del solito, si distrae a scartare i regali,  ospita vecchi amici a una cena di pesce e cous cous.

E quelli ti montano un circo faraonico in città.

L’impatto è quello del cazzotto in un occhio: una quarantina di roulotte, camion giganteschi, antenne paraboliche, casottini. E poi, a caratteri sfacciatamente cubitali, circondata da lucine perché non sia mai che non la vedi, la scritta: Medrano, in questo caso.

In un lungo passo indietro, mi vedo tra i banchi della scuola elementare, il grembiule bianco con le cifre a punto in croce e il fiocco rosa sfatto e di traverso. Entrava il tipo a portare i volantini accalappiabischeri e io, in quanto bimba, un po’ bischera lo ero.

“Babbo mi porti al circo babbo mi porti al circo babbo mi porti al circo?”

Il babbo, al circo, mi ci portò una volta sola.

Provai angoscia, paura e tristezza.

Ebbi i brividi, i tremori e gli incubi notturni, che andarono a sommarsi a quelli causati dalla testa mozzata del cavallo nascosto in fondo al letto visto per errore in una sequenza del Padrino.

Mi annoiarono i clown e mi depressero gli animali equilibristi, addestrati e buffoni.

E non ci sono mai più tornata.

Non dentro, almeno.

Non allo spettacolo, intendo.

Ma fuori, tra le roulotte, in mezzo ai camion, tra i panni stesi ad asciugare, nei viottoli melmosi dell’accampamento itinerante: oh, sì.

In un passo indietro meno lungo di quello di prima, sono amica della Bobe. L’adolescente più intraprendente, temeraria, maleducata, ficcanaso e inopportuna incontrata in vita mia.

Tutto quello che non si poteva fare, si metteva in testa di farlo e convinceva me a farlo insieme a lei.

Il circo, come tutti i circhi, montava nei pressi dello stadio e lo stadio, si sa, non è mai nel cuore del centro abitato.

Allo stadio la gente c’è solo per la partita, i concerti, e il circo.

Allo stadio è buio e non passa quasi mai nessuno.

Io e la Bobe si sgattaiolava via dalla via maestra e attraverso stradine, viuzze e giardinetti comunali si arrivava nel grande piazzale silenzioso dove macchinoni, camion e case sulle ruote si erano fermati.

Lei cercava di cogliere la vita segreta dei circensi.

Io cercavo gli animali.

Forse con l’olfatto sarei arrivata alla gabbia dei leoni, e così inalavo, inspiravo, tiravo dentro aria, nel tentativo di distinguere la savana tra l’asfalto.

Forse con l’udito avrei riconosciuto la voce delle scimmie, il respiro degli elefanti, i sospiri annoiati delle tigri, e così tacevo e cercavo di non farmi battere il cuore.

Di notte, la testa sotto le coperte calde di casa mia, mettevo a punto il mio piano per la liberazione di tutti i prigionieri, sognavo di aprire le sbarre, di sussurrare via! via! andate via! e di restituire la libertà agli innocenti che l’egoismo cieco degli umani paralizzava in spazi mortificanti e angusti.

Non ho mai potuto guardare animali al servizio sciocco delle persone.

Non ho mai potuto sopportare la vista di una bestia usata.

Non ho mai potuto perdonare chi fa e chi va a vedere il circo con gli animali.

“Ma io ci vado per portarci i bambini!” mi dicono le amiche che si sono riprodotte e credono, nel nome del prodotto a cui hanno dato vita, di poter giustificare anche la scelta più imbecille.

Ai bambini (semmai) si spiega che strappare gli animali dall’ambiente in cui la natura li ha fatti nascere sarebbe come prendere loro e buttarli in mezzo a un lago di ghiaccio per il divertimento dei pinguini.

Ai bambini (magari)  si compra il dvd di un documentario planetario e si fanno godere davanti alla televisione.

Ai bambini (meglio ancora) si compra un biglietto aereo per il continente africano e gli si fa vedere come sono felici e goderecci gli animali in libertà.

Ai bambini (finalmente) si dice che usare altri esseri animati per il nostro egoistico sollazzo è innaturale e immorale.

E agli adulti che vivono di circo si scrive che lo facciano pure, ma che a dondolare su un trapezio, a fare piroette al centro della pista, a lanciarsi in salti mortali e ad attorcigliarsi in pose mostruose siano loro stessi, nell’espressione della loro piena e consapevole libertà.

La stessa che io invoco per gli animali, privi di parola (forse), ma non di sentimenti e sensibilità.

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