Voglio fare la modella

Pubblicato il 30 dicembre 2009 da admin

Onestamente, donne: dico a voi.

Avrete sognato, almeno una volta, almeno un minuto, magari mentre sonnecchiavate al torpore del casco dalla parrucchiera sfogliando quelle rivistacce odiose dove le donne sono tutte fiche, di essere come loro e di fare per una volta sola, per un solo giorno… la modella.

Io no, non l’ho sognato mai, perché sinceramente m’importa una sega. E poi, la dico tutta, il fisico da mannequin non me lo sono mai sentito addosso: tozzetta, inquartatella, bassottina, rotondazza, coscia tornita (troppo), fianco generoso (troppo), gamba lunga (poco). Insomma no, niente sogni da modella.

Io semmai, ecco, questo sì: io ho sempre sognato di vivere scrivendo e di fare della scrittura tutta la mia vita.

Poi invece, tempo fa, una mail: mi si proponeva di far da testimonial per una celebre ditta di piumini che, per il Duemiladieci, ha deciso di lanciarsi in una campagna pubblicitaria alternativa al solito bellocciame da rivista patinata. Largo, allora, alla presidentessa dell’Associazione Buddisti, largo alla giovane freeclymber agile come uno stambecco, largo al medico che lavora con passione, allo scultore di settantatré anni suonati che guarda alla vita con gli occhi di un bambino appena nato, alla produttrice di pastasciutta che prosegue l’opera avviata dai suoi avi, all’attore di teatro serio e tenebroso. E largo anche (permesso, sì, scusate, ops, mi perdoni, l’ho pestata) alla professoressa che ha visto il suo sogno di vivere (anche) scrivendo farsi realtà.

Cosa ci dice, accetta?

Cosa vi dico, accetto.

Accetto perché sono curiosa, perché non l’ho mai fatto, perché magari mi diverto.

Accetto perché le piume dei piumini sono d’oca, ma sono (assicurano) quelle che cadono da sole.

E accetto perché parte dell’incasso ricavato dalla vendita di ogni piumino va ai Medici Senza Frontiere.

Benissimo, allora martedì alle tre.

Ehm, bene, sì, ok, d’accordo… mart… martedì alle tre.

Martedì alle tre il campanello suona e al quinto piano si arrampica una folla di persone. Una troupe vera. Profèscional. Mica baubaumiciomicio.

Tre fotografi, una truccatrice, due registi video, due montatori, la copywriter e la Grande Capa. Tutti portano valigie, zaini, borsoni, treppiedi, aste e attrezzature.

Apre la porta Fidanzato Belpelato, intenzionato a non perdersi un fotogramma di questo inimmaginato pomeriggio sul set.

La Seventy House viene giudicata lochèscion assai idonea al servizio: le tende vengono spalancate, il finestrone appare in tutto il suo splendore di vetri puliti (per l’occasione) e di Firenze dietro, il tavolo bianco, sgombro e rotondo viene arredato di Hornby, Ammaniti, De Luca, Galimberti, Kerouac, Tabucchi, McEwan, Doyle. Anche due volumi di Landi buttati là quasi per caso, va’.

Il trucco si fa in mezzo al caos di McBook, fili, cavi e pennette: la pelle è uniformata, l’occhio valorizzato, la guancia spennellata, la bocca impomatata. I capelli, sempre (ommioddìo) rossi, appuntati, no meglio sciolti, no forse meglio un po’ su, no magari meglio giù.

Le luci puntate, i pannelli montati, le macchine da presa appostate.

Il piumino è indossato.

La posa è stabilita.

Lo scatto può iniziare.

Ma ecco, impercettibile e sinuoso dalla camera da letto, materializzarsi un felino bianco e grigio. Fa un ingresso sobrio eppur glorioso nel salone, guardandosi intorno e interrogandosi sulle misteriose cagioni di cotanto disordine in casa. In casa sua, voglio dire. Nel suo incontrastato regno di pace e silenzi, nel suo indiscutibile nido di meditazione e raccoglimento, nella sua tana segreta di certezze consolidate. Chi sono costoro, si domanda. E chi li manda, aggiunge. Ma più che altro: cazzovogliono?

La risposta piove dall’alto e ha la forma di due mani delicate e gentili di ragazza: esse lo afferrano, lo sollevano fino all’altezza di un volto mai visto prima d’ora che ora s’allarga in un sorriso, e lo piazzano sul tavolo accanto a quella professoressa grulla che per un giorno ha accettato di fare la modella.

“E’ lui, quello che mancava: ora è perfetto!” dice la voce a cui appartengono le mani.

Gli sguardi confluiscono sul trovatello di Scansano, gli obiettivi si concentrano su di lui, le assistenti fremono di gioia, la truccatrice gli semina addosso un paio di spazzolate al volo.

Quello che, appena sei mesi fa, era un grumulo di ossa stente, un parrucchino di pelacci ispidi, un paio d’occhi cisposi e uno stomaco disabitato, si ritrova a rubare -divo per un giorno- le luci di una domestica ribalta alla donna che lo strappò alla morte, lo nutrì con amore e lo curò (maremmatroia) a suon di decine e decine di euro.

Dopo due ore e mezzo di lavoro, il servizio viene dichiarato un successo: le foto ingrandite al massimo sul video dei due Apple mostrano un gatto incredibilmente fotogenico.

Micino da Scansano ora si scusa, ma è molto stanco: non rilascia dichiarazioni e rimanda la firma degli autografi a pausa post-prandiale, sonnellino pomeridiano e ronfata notturna ultimati.

Accenna un blando saluto con la zampa, questo sì: perché odia deludere i fans.

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