Da leccarsi i baffi

Pubblicato il 15 febbraio 2009 da admin

Torna in grande stile la rubrica culinaria a cui, in un altro tempo e in un altro luogo, dedicai amorevoli cure.

Oggi è domenica, io ho pranzato fuori e ascoltato con grande interesse la narrazione di antiche ricette che uscivano dalla bocca di massaie ricche d’esperienza.

La tavola fumava di pietanze ricercate mentre la donna seduta di fronte a me ha dato il via al racconto di un piatto (credo) ormai in disuso nelle città di Pistoia e di Firenze, che ne vantano i natali.

Il roventino.

Per preparare il roventino (e di conseguenza essere annoverati nella mailing-list del dottor Hannibal Lecter), abbiamo bisogno di recarci in una macelleria. Qui, un macellaio assolutamente non autorizzato a farlo, ci venderà sotto banco del sangue di maiale, che noi porteremo zitti zitti a casa nostra.

Al chiuso della nostra cucina e al silenzio del nostro appartamento, ben attenti che nessun vicino intuisca il misfatto alimentare a cui ci stiamo dedicando, daremo il via al più che delicato procedimento.

Si tratta infatti di versare tutto il sangue suino in una ciotola e di aggiungervi, nell’ordine, parmigiano grattugiato, mollica di pane bianco precedentemente tenuta in ammollo nel brodo o nel latte, dei pinoli e un po’ d’uvetta.

Si tratta quindi di mescolare bene l’orrido miscuglio e contemporaneamente di mettere sul fuoco una teglia uguale a quella su cui tante volte, in un innocente passato gastronomico, abbiamo cucinato delle crepes.

Perché questo, in pratica, stiamo facendo: delle crepes.

Però col sangue di maiale.

Che meraviglia.

Ma infatti, non tergiversiamo: piuttosto procediam lesti e gaudenti.

La teglia andrà unta con del lardo o del burro e, una volta calda, ne andrà coperto il fondo con bastevole composto, liquido e rosso.

Ma non un rosso innocuo.

Io parlo di quel rosso proprio del sangue di animale che ha capito di essere sul punto di subire regolare sgozzamento e che si chiede il perché di tanto sacrificio inutile e disumano, perché fare delle frittatine proprio con il sangue suo, perché privare proprio lui, il maiale, animale intelligente e sensibile, della dignità propria di tutti gli esseri viventi.

La donna in cucina non ha tempo di domandarsi tutto questo e già pregusta il momento in cui servirà in tavola il suo roventino, eredità spietata di una società famelica che lavorava nei campi e tornava a casa tanto affamata da buttarsi su qualsiasi alimento, tanto stremata da addentare anche il sangue, che in quanto liquido non si addenterebbe. Ma proprio per questo essa lo impasta, lo cuoce, lo frigge. Per addentarlo meglio.

Prima però spolvererà il suo roventino con del parmigiano (se ne vorrà fare una versione salata) o di zucchero (se ne preferirà un’interpretazione dolce).

Da leccarsi i baffi, assicura la massaia.

Io ho dato di stomaco solo a scrivere la ricetta e il titolo al pezzo l’ho messo per ingannare i miei dieci lettori casuali e silenziosi.

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