Tu chiamale se vuoi

Pubblicato il 20 gennaio 2010 da admin

“O profe! Ma insomma! E’ in ritardo!”.

Sì, ero molto in ritardo.

La lezione al mattino, la parrucchiera all’ora di pranzo, la riunione nel primo pomeriggio, la tappa a casa da Micino per la dose di pappa e di liscini sulla groppa, sui gotini, nel frontino, sul pancino.

E, sul più bello, la voce della coscienza.

Non andare, dammi retta, resterai delusa, ti amareggerai, anche perché non ci saranno solo loro, ci saranno anche quelli che vorresti non dover mai rivedere, ma che ci vai a fare, magari li chiami, ti fai mettere da parte il libro, te lo fai spedire, ma non ci andare, è anche tardi, lascia perdere, non lo dici sempre pure tu, mai tornare indietro, mai rifare gli stessi passi, mai tornare a ripensarci.

Ma, sul più brutto, la voce di Fidanzato Belpelato.

Cosa?! Non ci vai?! Sei pazza? Preparati e corri in Regione, in quel libro ci sono anche i tuoi ragazzi e ci sei anche tu, ci sono le energie che ci spendesti, il tempo che ci dedicasti, le persone che ti aiutarono a realizzare quel lavoro, ci sono i tuoi ricordi e devi correre a difenderli, il coordinatore dell’incontro è il direttore del giornale su cui scrivi ogni settimana, i ragazzi saranno contenti di riabbracciarti, non deluderli, frégati degli altri, mettiti carina e vai in Regione!

Così ho preso l’autobus in corsa e nel tragitto ho ascoltato Glen Hansard e Marketa Irglova in When your mind’s made up che carica e pacifica con l’universo. Tra le buche e i sussulti mi dicevo che, sì, era giusto andarci e che se fossi rimasta delusa in qualche modo avrei incassato e avrei fatto tesoro anche di quello come di tutto quello che ho incassato in quella scuola dove l’amore più incondizionato si andò a scontrare col dolore più ruvido e amaro.

In piazza San Marco sono scesa perché Matteo Renzi ha chiuso al traffico la zona Duomo, e sugli stivali a tacchi alti mi sono fatta via Cavour, e al civico quattro ho rallentato, e ho varcato il portone, e il cuore mi si era spostato al centro dello stomaco, e magari non c’era nessuno, e magari c’erano tutti, e magari non era ancora il tempo per rivedersi, e magari non c’era tutta quella voglia di abbracciarsi, e magari erano tutti troppo cresciuti, e non si ricordavano più niente, e magari non volevano più che li sbaciucchiassi li sfottessi li guardassi e mi perdessi nei loro occhi giovani e puliti, e mi sarebbe preso male al cuore, e mi sarei pentita di essere ancora così sciocca alla mia età, e mi sarei rimproverata di non aver proprio imparato niente dalla vita, e sarei tornata a casa con un libro tra le mani che mi avrebbe ricordato un brutto giorno, e…

“O profe! Ma insomma! E’ in ritardo!”.

E invece tutto era rimasto come lo lasciammo.

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