Ma Virzì non era di nicchia?

Pubblicato il 27 gennaio 2010 da admin

C’è stato un tempo in cui Virzì lo conoscevano solo a Livorno.

Poi ce n’è stato un altro in cui lo conoscevano in tutta la Toscana, perché di questa terra ruvida e diretta lui incarnava il paradigma.

Erano tempi in cui, se chiedevi a giro per l’Italia ma te, Ovo sodo, lo conosci?, la risposta che ti sentivi dare era no.

Virzì era di nicchia e i pochi che lo conoscevano ne andavano pazzi, perché nessuno come lui sapeva raccontare il puzzo del porto, la vita nei cortili in mezzo ai condomini popolari, com’è musicale quel dialetto strascicato, come patiscono gli adolescenti negli anni del liceo e com’è bello innamorarsi di brutto e trombare fitto fitto con chi si ama.

Uscito da poche settimane nelle sale cinematografiche d’Italia, La prima cosa bella piace a tutti in tutta Italia: se ne leggono ovunque recensioni osannanti, si parla di capolavoro di malinconia struggente e intelligente ironia.

“Bisogna andare assolutamente a vederlo e bisogna andarci insieme!” dico a Elena Quinta, la donna con cui mi sposerei se fossi omosessuale e di cui mi limito invece ad essere amica da quindici anni, cioè da quando lei si fidanzò con un mio amico e io ebbi la fausta ventura di conoscerla, poi loro si lasciarono ma insomma questo è un altro affare.

Elena Quinta è l’amica preziosa, perfetta per uscire la sera. Di fianco a lei, pur essendo in due è possibile sentirsi le quattro  di Sex and the City perché lei è un po’ Charlotte, un po’ Carrie, un po’ Miranda e pure un po’ Samantha anche se non sembra. Elena Quinta ha due figli ma non ha dimenticato che si può parlare anche d’altro e che la vita è vita anche oltre l’adorata prole.

Così inizio ad agitarmi quando vedo che s’avvicinano le sette e lo scrutinio della IIB m’inchioda ancora a scuola. Infilo la mano nella borsa e alla cieca digito sul cellulare F-O-R-S-E-N-O-N-C-E-L-A-F-A-C-C-I-O-P-E-R-A-P-E, dove A-P-E sta per aperitivo. Ché il programma era: 19 e 15 Caffè Sant’Ambrogio per sbevazzare e murare con qualche crostino, Cinema Astra per la proiezione delle 20 e 20.

Ma il Consiglio di Classe si scioglie in tempo, la strada è completamente sgombra, passo da casa per un rapido cambio, scendo per strada allo squillo convenzionale, salto nell’auto della mia amica e mi tuffo con lei nella città che ci spacca le mani per il freddo.

Che Virzì non è più di nicchia ce lo dice la coda che si allunga serpentina in piazza Beccaria e a noi fa parecchio piacere per lui, ma col cavolo che stiamo fuori a bubbolare nell’attesa di un posto magari in ultima fila in mezzo all’umano carnaio che (l’esperienza insegna) spesso al cinema bisbiglia, parlotta, sgranocchia e rumoreggia, quando addirittura non fa squillare il telefonino e (orrore) risponde.

E quindi?

E quindi si va in culo a tutti, si rimanda Virzì a data da individuare, s’imbocca Borgo la Croce e si va sempre dritto, vai lisce così per via di Pietrapiana, piazza de’ Ciompi, Borgo Albizzi, il Corso, via de’ Calzaioli, piazza della Repubblica. Si parla del nostro amico gay che ci fa sangue, del nostro ex rivisto dopo anni per caso all’Esselunga, della nostra vita sessuale, del libro che ci ha tenute sveglie in queste ultime notti, della Gelmini, di Tremonti e Berlusconi, delle buche sulle strade di Firenze, di come va il lavoro a scuola, di sai vado a vedere Travaglio a teatro, di guarda belle quelle scarpe domani vengo a comprarle, di quasi quasi mi faccio rossa anch’io.

Caffè (e dolcino) da Gilli, libreria Edison, miracolosamente semideserta, dove Maurizio, completamente libero, si mette a nostra totale disposizione.

“Vogliamo dei libri da cui straripino emozioni che ci travolgano tanto da non farci dormire”.

Torniamo a casa con La vita, non il mondo di Tiziano Scarpa, Nelle terre estreme di Jon Krakauer, Cecità di Josè Saramago, Bella gente d’Appennino di Giovanni Lindo Ferretti, Lezioni di nuoto di Lynne Hugo e Anna Tuttle Villegas.

E ora a letto, per una notte insonne di parole, respiri, colore e calore.

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