Ortolina, odi et amo.

Pubblicato il 17 febbraio 2009 da admin

Uno strabiliante numero di anni fa stavo insieme a un imbecille.

Uno dei motivi meno seri per cui l’avrei considerato tale stava nel fatto che condiva la pastasciutta con l’Ortolina.

L’Ortolina, per chi avesse una mamma brava a fare da mangiare e quindi come me ne ignorasse l’esistenza, è un sugaccio concentrato e plebeo a cui, per dargli un odorino buono viste le carenze dell’impatto visivo, vengono aggiunti i prodotti dell’orto (da qui spiegato l’etimo) e chissà quali altre schifezzuole chimiche.

Ricordo che mi disgustavano, quelle piattate di spaghetti colorati da qualcosa che per me non era altro che una tempera alimentare e dicevo a me stessa che all’Ortolina avrei preferito una spartana “c” d’olio bono con una semplice grattata di formaggio.

Ad aggravare la mia già penosa stima dell’Ortolina ci pensava oltrettutto la mia mamma, accanita sostenitrice dello “spaghetto sciué sciué”, celere versione della pomarola ottenuta mediante procedimento da ultimo minuto: olio e spicchio d’aglio in pentola, vai, di corsa, pomodori freschi a pezzi, giù, così, capperi di Lampedusa, olé, olive di Gaeta, ualà, peperoncino a ammazzacristiano e chi s’è visto s’è visto: un quarto d’ora e ci si vedeva tutti a tavola.

Siccome (come già detto) quella specie di fidanzato era un imbecille, un giorno che non esiterei a definire illuminato lo lasciai.

Da allora non sentii più nominare invano l’Ortolina.

Un mese fa però, durante la lezione, colsi senza difficoltà alcuna la seguente conversazione intercorsa tra due miei studenti seduti al primo banco.

“Oh”.

“Oh”.

“Vuoi venire a mangiare a casa mia?”.

“Quando?!”.

“Oggi”.

“Ah”.

“Allora icché fai, vieni o no?”.

“Dipende: icché c’è da mangiare?”.

“La pasta all’Ortolina”.

“La pasta a icché?!”.

“La pasta all’Ortolina!”.

“O icché l’è?!”.

“Come icché l’è?! Un tu conosci l’Ortolina?!”.

“No, un l’ho mai sentita nominare”.

“Ma come! L’è bonissima, ‘un tu sai icché tu ti sei perso fin’a ora”.

“Ma icché l’è di preciso?”.

Sicché interruppi la lezione, m’intrufolai abusivamente nella conversazione sussurrata e spiegai che l’Ortolina era una robaccia conservata in un tubetto: bastava strizzarlo e quella veniva fuori colorandoti e ungendoti da fare schifo la pastasciutta.

Lo studente, colpito da improvviso attacco di generosa salivazione, accettò immediatamente l’invito e io tornai allibita a casa mia, dove narrai al mio fidanzato quell’episodio sconcertante.

Ma lui, visibilmente commosso, urlò: “Già, l’Ortolina!”, per poi confidarmi i suoi pranzi d’infanzia, quando l’Ortolina regnava anche sulla sua raffinata tavola, regina dei sughi, delizia dei palati, apoteosi del fast-food.

Da quel giorno, un tubetto di Ortolina non manca mai nel nostro frigo.

E da come la mi garba, ora mi sento un po’ imbecille anch’io.

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