Più che un professore

Pubblicato il 12 marzo 2010 da admin

Oggi ho fatto con lui quello che i miei studenti fanno spesso con me: digitare su quello spione di google nome e cognome, e stare a vedere cosa scappa fuori.

Con lui è uscita una pagina di facebook con questo titolo scritto a caratteri cubitali:

IL MITICO SERGIO SAMMICHELI: PIU’ CHE UN PROFESSORE, UN VERO E PROPRIO MAESTRO!

Quello che nel mio primo libro ho camuffato dietro lo pseudonimo di Sergio Signorina è ora protagonista di uno spazio esilarante creato dagli allievi che ha avuto dopo di me… molto tempo dopo di me.

Esattamente come facevamo noi al Liceo Classico di Montevarchi, quelli hanno prima inzeppato i loro quaderni con le uscite verbali di quell’uomo geniale che si ritrovavano come professore di Filosofia e poi (poiché -a differenza nostra- potevano) hanno pubblicato tutto in rete.

Quello che ne è uscito è (per me) un salto indietro nel tempo lungo ventisette anni. Il vortice mnemonico mi ha strappato da sedia e scrivania per ributtarmi al banco del “Francesco Petrarca” nell’ora di Filosofia, quando il Sammi entrava, si sedeva, ci guardava storto simulando un vago disgusto di noi, e poi iniziava la lezione.

Le sue lezioni erano tutte ugualmente indimenticabili: impresse a fuoco sul cuore ritornano sistematicamente ad affacciarsi nella mente ora che faccio il suo stesso lavoro, sono un faro nel buio in cui brancola la scuola, sono la forza, l’ironia, la leggerezza con cui cerco di affrontare i miei studenti e di guardarli come ci guardava lui. Che si sforzava di rimanere serio e quando sorrideva faceva l’espressione di chi piglia per il culo. Ma noi lo sapevamo bene, cosa provava il Sammi per noi.

Il Sammi ci adorava.

Adorandoci, ci regalava perle, citazioni, adagi popolari, proverbi agresti, frasi non-sense e soprannomi.

“Senta un po’, lei, tipa da spiaggia…” disse un giorno.

Che diceva a me lo capii quando alzai il viso e vidi il suo, identico a quello di chi sta per dare di stomaco: lo indisponeva oltremodo la mia canottierina bianca a rombi rosa e lilla, da cui nulla traspariva ma che (a suo dire) mi trasformava in una bagnante svergognata e irrispettosa del codice scolastico.

“Ma se lei, signorina, anziché a San Giovanni Valdarno fosse nata in Russia e anziché Antonella Landi si fosse chiamata Alessia Papilova, ha provato a pensare a che persona potrebbe essere?” mi disse un altro giorno.

Tipa da spiaggia e Alessia Papilova divennero i miei nuovi nomi, che facevano tanto divertire le mie compagne.

Sergio Sammicheli ci regalò la filosofia, l’allegria, l’ironia e qualche fetta di merda. Però fatta con stile.

E come fece con noi, evidentemente ha seguitato a fare per anni, nelle scuole in cui è andato ad insegnare, in cui insegna tuttora, e in cui ha trovato ragazzi che lo stimano come lo stimammo noi, tanto da raccogliere ogni sua frase, scriverla sul quaderno degli appunti e poi, con l’arrivo di facebook, trascriverla lì, omaggio d’amore, memoria perpetua, grido entusiasta d’ammirazione forte al pari di quel “Capitano, mio capitano!”, se non di più.

Bravo, bravissimo, mio sempre caro professore.

A diciassette anni, in prima Liceo Classico, m’innamorai perdutamente del professor Sergio Signorina. Lui entrava in classe e, attraversandola, ogni volta diceva: “Buongiorno, signorine”. Nell’involontaria passerella che percorreva, se li sarà sentiti i nostri sguardi addosso? Se non li sentiva vuol dire che dormiva, perché l’ormone imbizzarrito di quindici femmine in età fecondabile non può passare inavvertito. Camminava un po’ ricurvo verso destra, aveva l’incedere di chi non ha mai fatto a corsa nemmeno il giro dell’isolato perché i suoi sono stati anni di studio matto e disperatissimo, e nient’altro. A noi però, contemplandolo, sembrava di avere davanti il Discobolo di Mirone. Appoggiati i libri in cattedra, si sedeva e, prima di prendere la parola, ci guardava. Io generalmente a quel punto iniziavo un processo di auto-liquefazione. Mi scioglievano i suoi occhi verdi mare, mi turbava il suo volto di uomo maturo, mi seduceva la sua bocca che parlava di esistenzialismo, eleatismo, pitagorismo, orfismo, e capivo sempre la stessa parola: erotismo. Di innamorarsi di un insegnante è capitato a tutti. La reazione che può scaturire da tale tragedia (perché di questo si tratta) è duplice: o l’innamorato si butta a capofitto sulla materia e smette di studiare tutte le altre, o il poverino si spappola i neuroni nella sempiterna contemplazione dell’oggetto amato. Io per esempio la seconda. Traducevo i carmi di Catullo perché mi impersonavo nel poeta innamorato, ma poi non si parlava di fare altro. Il mio andamento scolastico calò a picco per un quadrimestre. Nella pagella interperiodale Sergio Signorina mi ammollò un cinque iniquo. Come risvegliata da un sogno a suon di ceffonazzi, rientrai in me e iniziai a studiare. “Signorina, i miei complimenti” mi disse Sergio, quando conquistai il primo otto. Un pomeriggio, mentre scorrazzavo lungo i viali di circonvallazione col mio Ciao, mi fermai a un semaforo rosso. Sergio Signorina mi affiancò con la sua 127 crema. Ricordo che rimasi immobile, paralizzata anche davanti al verde. La fila dietro mi sclacsonò e la mattina dopo Sergio mi insultò davanti alla classe perché -sosteneva- non dovevo andarmene in giro col motorino se non sapevo guidarlo. Non capiva (quell’imbecillone) che l’amavo e che m’ero solamente emozionata. Non capiva che mi struggevo per lui e che quando lui parlava di Crisippo di Soli io mi sentivo mancare e quando lui spiegava Zenone di Cizio io mi consumavo nella passione. Dovetti aspettare il conseguimento della laurea universitaria per capire (quando Sergio Signorina mi portò fuori a cena per festeggiare, come avrebbe fatto con tutte le altre mie compagne del liceo) che l’uomo per me ero ancora ben lungi dall’averlo trovato. Il mio adorato professore –ora lo vedevo chiaramente- era anziano, gobbo, sui suoi occhi era sceso il velo senile della malinconia e il suo culo (con ogni probabilità) si era fatto flaccido e cencioso.

(da: Me Medesima, La Profe. Diario di un’insegnante con gli anfibi, Mondadori)

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