Mine vaganti

Pubblicato il 14 marzo 2010 da admin

La cosa buona è stata non saperne niente, non aver letto neanche i nomi del cast, non conoscere la sinossi e non aver mai visto il trailer.

Andare così, alla cieca, in uno di quei pomeriggi uggiosi nonostante ci sia il sole e solitari nonostante sia sabato.

Allo spettacolo delle 18,15 ero convinta che sarei stata l’unica in sala.

Al “Fiorella” invece c’era mezza città. Considerando che la gioventù a quell’ora ciondolava tutta in centro, si intuisce che a riempire il cinema fosse la senilità cittadina, rallentata dalle vene varicose ma agevolata dallo sconto della loro tesserina azzurra.

Gli anziani al cinema sarebbero uno spasso, se io non desiderassi avere intorno il silenzio assoluto: commentano ogni scena, ripetono le battute che gradiscono di più, provano a indovinare cosa sta per accadere, lasciano il cellulare acceso e rispondono se suona.

Nonostante il brusio, i catarri e la distrazione, al cospetto dell’ultima prova di Ferzan Ozpetek ho goduto e mi sono riconciliata con lui dopo la mazzata di Un giorno perfetto.

Perché mi sembra ci sia tutto, in questo film.

C’è una Puglia di tavole apparecchiate, cibi colorati e maldicenze cattive, di interni maestosi e mare incantato, di espressioni in dialetto, piazze assolate e vicoli stretti. C’è voglia d’identità, paura della verità, incitamento al coraggio. La vita che resta anche dopo la morte, le persone intrecciate ai nostri destini. La nonna che ho avuto ma che non ricordo. L’amore di un uomo per un altro uomo. La famiglia che protegge e incatena, dà la vita e tarpa le ali. Frasi profonde che frullano in testa mentre torni a casa, riprese circolari da ipnosi affettiva, battute sagaci che rimandano indietro lacrime pronte a colare lungo la gota. Attori diretti in modo da farne artisti.

Perché è sempre il regista che fa l’attore.

Così Scamarcio non è più solo bello, Preziosi non ti fa più pensare a Vivere né a Rivombrosa, Lunetta Savino non ha più nulla a che fare con la domestica Cettina né Elena Sofia Ricci coi Cesaroni.

Ne vale la pena, se ciò che si cerca è uscire per quasi due ore dalla propria vita per entrare in quella degli altri, come solo un libro e un film ci aiutano a fare.

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