Pour parler

Pubblicato il 22 marzo 2010 da admin

Nessuno direbbe che da ieri è primavera. Un lenzuolo sudicio di grigio nasconde il sole, che si vendica sgocciolando umidità: si mescola la pioggia al primo sudore della stagione buona e se in autobus non piango per gli urti gli scossoni le buche e i puzzi della promiscuità è solo per non far piovere ulteriormente sul bagnato. M’infilo invece due tappini bianchi nei condotti auricolari e sparo a tutta il mio iPod rosa femminuccia ripensando un poco a ieri.

Ieri era la Giornata Mondiale della Poesia e io l’ho celebrata sorbendomi al Teatro Odeon una lezione magistrale su “L’universo della Divina Commedia: Dante e le stelle” tenuta da Giorgio Stabile, professore ordinario di Storia della Scienza presso il Dipartimento di Studi filosofici ed epistemologici della Facoltà di Filosofia de La Sapienza. Mi piace quando assisto a interventi che capisco solo in parte. Mi piace perché torno a casa con due o tre parole da andare a controllare sul vocabolario e con qualche concetto da rimasticare meglio, per vedere di digerirlo. Gerarchia e ciclicità, terra acqua aria e fuoco, cosmologia biblica e cosmologia greca, lo schema perfetto che impone la sequenza destra-avanti-sinistra-dietro, la terra che si sposta per evitare di accogliere Lucifero lanciato a capofitto giù dall’Eden, il Paradiso Terrestre originario luogo riservato all’umanità, la differenza tra Ulisse e Dante (Ulisse procede per curiosità, Dante per un misto di ragione e fede, il primo viene inghiottito dal mare, il secondo arriva fino in cima), concetto di colpa, complementarità, escatologia. Nascita, Passione, Risurrezione, Ascensione. Esco e mi sento piena. Esco e mi sento sazia. Esco e sono pronta per ritrovare lui, ad aspettarmi tra gli scaffali di una libreria.

Ieri era il Primo Vere e io l’ho salutato in un locale sotterraneo umido muffoso e puzzolente che una volta si chiamava Mood e ora si chiama Doom. Andava in scena “Scie (di luce e di bava)”, un concerto per parole, un angolo di teatro trasformato in musica, un cammino su montagne di rifiuti da trasformare in comunicazione. Riciclati sul palco in maniera ecologica, alcuni tratti del nostro tempo mostrati attraverso l’uso di strumenti feticci e di maschere sanguinose e riconoscibili. Una musica pesante come un cazzotto fisso e reiterato alla bocca dello stomaco.

Ieri era giorno da star fuori e tirar tardi, e così si è concluso al Messicano di via Ghibellina con un “Vulcanito” e una “Enchilada Dolorosa” cadauno: sei peperoncini sul menu che, nella legenda, rimandavano a un piatto pressoché immangiabile per la piccantezza.

Infatti.

Leave a Reply

XHTML: You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>