Un’aula a cielo aperto

Pubblicato il 25 marzo 2010 da admin

Per chi insegna Storia a Firenze, rinserrarsi nove mesi dentro un’aula a teorizzare guardando immagini nei libri può equivalere alla perdita di una grande occasione.

Via, all’aria aperta! Uscire, camminare, guardare, toccare! Percorrere le stesse strade sulle quali appoggiarono i piedi i Grandi che hanno segnato il Tempo, prima che venissero i piccoli ad inquinarlo. Pesticciare le stesse pietre su cui inciampò l’Alighieri, su cui sputò Cosimo I, su cui bestemmiò Cellini, su cui s’invidiarono Michelangelo e Leonardo.

“Insomma profe, che ci porta o no a fare quel giro in centro sulle tracce di Lorenzo il Magnifico?”

Ce li ho portati sì.

“Domattina all’otto, tutti qui!”

Tutti. Capirai: non son che dodici, in quella classe. Mi ci sono affezionata gradualmente, con il tempo, piano piano. All’inizio li guardavo male, non mi fidavo, confondevo i nomi, i visi. Ora riconoscerei le loro voci in mezzo a un mercato vociante, i loro jeans a cavallo basso e i loro occhiali da sole tamarrissimi e truzzi in una discoteca di diciottenni. Ora conosco le loro espressioni, interpreto i loro sguardi, so cosa li ferisce e cosa li incoraggia. Essere ignorati e ricevere fiducia, per esempio.

Per questo li ho portati in centro: perché capissero che non li ignoro e che mi fido.

E poi anche per quel bendiddìo che il centro regala a chi lo va a guardare.

“Guarda! Il McDonald’s!”

Inutilmente mi sdegno protesto e impedisco, vanamente mi oppongo minaccio e smuso: la colazione della prima mattina la vogliono fare lì.

“Ma il Mc Donald’s fa male!”

“Mmmmh, bono!”

“Ma in quegli hamburger c’è la cacca!”

“Mmmmmh, favoloso!”

“Ma non si può ingurgitare patatine fritte e ketchup alle nove del mattino!”

“Mmmmmmh, come non si può!”

Patteggiano: una colazione nel regno del globalismo alimentare in cambio di un pellegrinaggio composto e disciplinato attraverso i luoghi sacri del sapere cosmico.

Accetto.

Si mescolano agli abitanti di questa città già calda e luminosa: io intanto li massacro di foto.

“No, profe: ancora?!”

Ancora. Perché fotografare è per l’occhio quello che per la mente è scrivere. L’eternazione di un momento. Se non scrivo quello che vivo mi sembra di non aver vissuto. E ancora rimpiango quei due rullini smarriti alla fine di un’indimenticabile vacanza in Inghilterra, che ho dimenticato.

“Profe, ma questo puzzo icchéll’è?”

Questo puzzo è la città. Inebriante, stordente, mistico olezzo di concentrazione umana, fogne al limite dello straboccamento, cibo avanzato e alberi in fiore. La città puzza, perché la città ribolle. Tutto nella città è amplificato.

“Bada quella come l’è vestita a grulla: o indò la va conciata a quella maniera?!”

Nella città è vietato criticare, nella città si va vestiti come ci pare, l’eleganza è un punto di vista squisitamente personale, e il buffo si mescola al ridicolo, il pacchiano al discreto, il classico al creativo. Sei un provinciale, se in città distogli gli occhi dalla Bellezza per abbassarli a ciò che ti appare stonato. Perché nulla è stonato, tra i colori della città.

“Non siate provinciali.”

Un po’ lo sono, come lo si è sempre a quell’età in cui si comincia ad affacciarsi davvero alla vita e si va a giro senza il babbino e la mammina. Così vociano tra i vicoli, gettonano il solito trito labaro viola che da secoli garrisce al vento, si fanno notare dalle scolaresche in gita incrociate per la strada.

“Pizzichiamo l’uva, profe…”

Ecco, io ero rimasta a “buttare i bachi” (diffuso anche nella variante “pasturare”): scopro invece che quando si cerca l’attenzione di una fanciulla si pizzica l’uva, che rende l’idea.

Però ascoltano anche le storie, mentre pizzicano: condivido con loro quello che so di storia dell’arte, confido i segreti storici letti dentro tanti libri, racconto aneddoti che mi sono stati raccontati, riassumo capitoli che ho studiato e amato. E per come seguono, personalizzano e commentano, mi rendo conto che la Storia andrebbe sempre fatta per le strade, camminandoci in mezzo, mescolandocisi dentro e perdendocisi. Che solo così ti resta appiccicata addosso per la vita e non solo per il giorno odioso dell’interrogazione, quando te la scordi via via che la ridici all’insegnante e levi il peso dell’ingombro dalle cassette della memoria.

Quando ci salutiamo, sudati, appiccicosi, fotografati, i piedi gonfi, le ascelle pezzate, gli occhi ubriachi, le bocche slargate, ce lo diciamo.

“Come siamo stati bene, eh?”

“Sì, siamo stati proprio bene.”

E questo, per un’insegnante, è sempre il premio più prezioso. L’unica storia che conta.

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