Vi ho portato Bianca

Pubblicato il 15 aprile 2010 da admin

In vista di imminenti e lunghe permanenze in terra di Maremma, porto Micino da Scansano dalle veterinarie.

“Ecco, da bravo, che ci facciamo un bel punturino e ci vacciniamo contro la leucemia felina brutta e cattiva!” dicono in coro e falsetto.

Ma lui non è mica fesso, lui è nato sopra un poggio, mica sotto un ponte, lui ha perso la mamma, mica il cervello, lui è una faina, mica un semplice gatto. Annusando odor d’inculata, soffia ad entrambe.

L’inculata in effetti arriva puntuale e prevista sotto forma di un termometrino sottile che comunque si sente, gli fa tirare un miao che sa d’imprecazione ma non gl’impedisce la solita generosa produzione di fusa, rumorose come scoregge.

Per consolarlo dell’umiliazione subita gli stiamo tutt’e tre intorno a parlargli da sceme, a fargli i versi più idioti, a gorgogliare onomatopee animali, inscenare agguati, produrre scherzi di ottimo gusto. Perché si riconcili con loro e smetta di tenergli il muso, le due dottoresse lo lasciano libero di scendere dal tavolo di metallo, di arrampicarsi sul mobile e risalire la scaffalatura passando dalla bilancia digitale, che segna (“uh, come ci siamo fatti grandi!”) cinque chili e trecentoventi grammi.

D’improvviso succede quello che in un ambiente medico non succede mai: la porta si spalanca senza permesso. Entra in lacrime la testa bionda di una ragazza, poi entra tutto il resto.

Tutto il resto è un grande cane, biondo come lei.

“Vi ho portato Bianca” singhiozza la ragazza.

La fanno accomodare nella stanza delle operazioni, lei adagia il grande cane su un tavolo freddo, scappa per strada, si accascia a sedere sul marciapiede, si nasconde dietro i suoi occhiali neri, ha la pelle arrossata di chi piange da ore, non guarda niente e nessuno, non gliene frega un cazzo di stare lì per terra a farsi guardare da chi passa, a farsi guardare da me, che d’istinto vorrei andarle vicino a toccarle una mano, a dirle che conosco quel dolore sordo che sembra esagerazione e mattana a chi non l’ha mai provato, che non l’ho mai scordato, che ci penso ogni giorno e che, se venisse un genio a realizzare un mio desiderio, chiederei di poter riavere indietro sano e vivo il mio cane, biondo come il suo.

I geni però (lo sanno tutti) non esistono.

Io non rivedrò mai più Nello.

Lei non rivedrà mai più Bianca, morta dopo poco su un tavolo freddo.

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