Quando ci va

Pubblicato il 29 aprile 2010 da admin

Da mezz’ora chiedevo una maggiore concentrazione.

Ma il caldo, il sole, gli ormoni, la primavera, gli amori. E poi la gita. Napoli, Pompei, Costiera Amalfitana, mir’o mare quant’è bello, scpira tanto sentimento.

Sì, però prima il dovere: l’Anno Mille, la rinascita, l’incremento demografico, l’ultima invasione barbarica, i Normanni, le campagne, la rotazione triennale, il vomere a versoio.

Gl’import’una sega del vomere a versoio, a quelli.

Quelli c’hanno in testa i tre giorni di goduria e libertà da spendere in Campania con la scusa di un vulcano che nel 79 dopo Cristo fece un gran casino e di un certo Plinio il Vecchio che morì perché era più curioso che prudente.

E così non c’è verso di acchiapparli. Hai voglia a fare schemi, raccontare la storia come fosse una novella, camminargli in mezzo ai banchi e tirar pappine tra cap’e collo.

E così rispolvero una delle mie frasi sempreverdi (“Badate che io a pregare non vado neanche in chiesa”), cito mio padre (“Occhio: chi non ha cervello abbia gambe”), vado a braccio con la fantasia (“Voi non avete mai visto il diavolo ballare”). A parte l’occhio acquoso, chiaro indice di mente vagante altrove, nulla.

E così alla fine m’incazzo.

Assegno venti pagine da studiare senza spiegarle e dichiaro ufficialmente attivo lo sciopero della lezione.

“E sabato verifica.”

“No! Profe! Come sabato verifica?! Noi si torna dalla gita venerdì sera!”

“Perfetto: prima di andare a letto studiate.”

“No, via profe… non faccia così…”

“Faccio così eccome.”

“Profe, ma il regolamento d’istituto prevede la sospensione dei compiti in classe e delle interrogazioni orali per il giorno successivo al ritorno dalla gita.”

“Certo, lo so bene: ma questo in un normale stato di quiete. Quello che stiamo vivendo, invece, è un palese stato d’emergenza disciplinare e io faccio quello che mi pare.”

“Profe, ma non può!”

“Posso.”

“Profe, ma secondo lei come facciamo a studiare?!”

“Prima di partire e appena tornate: basta e avanza. Se poi qualcuno dovesse avere bisogno di più tempo, porta in gita gli appunti e il libro.”

“Oh profe!!!”

“Oh profe nulla: così è deciso.”

La campanella che suona puntuale e solerte agevola la mia ritirata e, in una botta sola, mi consente un’uscita solenne dalla stanza salvandomi dal linciaggio.

La classe va in gita.

Sul registro resta scritto, in rosso e caratteri maiuscoli, che al ritorno li attende una verifica di Storia sul programma degli ultimi tre mesi compresa la lezione boicottata.

La classe torna dalla gita.

Mi presento in aula come da orario.

Mostrano facce scure, rattristate, mortificate e preoccupate.

Indifferente e fredda, reco in mano un fascio di fotocopie strutturate nel mio solito stile: scritte a mano, infiocchettate da cornici e fiorellini, personalizzate da frasi a effetto e l’intestazione roboante che annuncia al lettore che, sì, tràttasi proprio di verifica di storia, somministrata in data ics, alla classe ipsilon e contenente tot domande.

Quelle in questione, però, non chiedono notizie sul vomere a versoio, ma pongono quesiti relativi all’educazione da tenere in classe, al comportamento da adottare durante le lezioni, alla maturità che in seconda superiore bisogna saper dimostrare, alla correttezza con cui si ha il dovere di porsi nei confronti di chi è sempre corretto con noi, all’onestà con cui si devono risolvere i dissidi, le discussioni, i problemi e le difficoltà in genere, al desiderio che si deve provare a quindici anni di non essere più trattati da ragazzini, ma da ragazzi veri, degni di stima e di fiducia.

Attoniti e confusi, mettono a fuoco le parole, leggono in fretta tutto il foglio, non ci credono, lo rileggono meglio, si guardano intorno, sgranano gli occhi, strappano la bocca in un sorriso che solo le orecchie sono in grado di stoppare, e alla fine esultano.

Poi mi accorgo che, con la sorpresa di riappacificazione, sono arrivata tardi.

Nel registro di classe, nascosto tra le pagine, prima che arrivassi, avevano incastrato il loro personale e commovente gesto di maturità.

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