Il re è morto

Pubblicato il 19 maggio 2010 da admin

Difficile trovare, nella storia della poesia italiana, un re più brutto di lui.

Lungo lungo lungo, secco secco secco, stretto stretto stretto nei suoi completini pantaloneggiacchetta affusolati, appuntiti e spigolosi come lui.

E poi il naso appisciambocca, la pelle rugosa e stanca, i capelli sparati e bianchi, le sopracciglia a cespuglio innevato come quelle di don Abbondio nella notte degli imbrogli, la bocca come una ferita orizzontale, senza labbra, senza spessore.

Ma quanto spessore, nel suo carisma naturale.

Quanto spessore, nelle sue parole.

Fu il protagonista di un movimento che si oppose al neorealismo della prosa e all’ermetismo della poesia. Ruppe i coglioni, insomma. E come tutti i rompicoglioni, ebbe molti nemici. Io me lo immagino sorridere bonario, ai suoi nemici. Perché i coglioni non li rompeva mica per cattiveria: li rompeva perché gli veniva naturale, perché era più forte di lui. Perché aveva da dire, da comunicare, da criticare.

E i suoi nemici, pur detestandolo, dovettero ammettere che lui era tra i maggiori rappresentanti di quel rinnovamento letterario avvenuto in Italia negli anni Sessanta, che andava sotto il nome di “Gruppo 63″ e che si proponeva la rottura decisa con i modelli e con la tradizione.

Esordì nel 1956 con Laborintus. Proseguì con Opus metricum, Postkarten, Stracciafoglio, Fame di tonno, Scartabello, Segnalibro, Codicillo, Alfabeto apocalittico, Bisbidis, Senzatitolo, Malebolge, Corollario, Taccuinetto, Il gatto lupesco e una valanga di altri titoli (a mio parere tutti buffi) che fanno di lui uno dei più generosi produttori di versi.

Menomale ha scritto così tanto.

Pensa sennò peccato: ieri sarebbe morto, nell’ospedale di Genova, una delle più alte voci poetiche italiane che però avrebbe lasciato pochi libri all’umanità.

L’umanità esulta, invece, davanti al patrimonio culturale di cui Edoardo Sanguineti le ha fatto dono.

E piange, perché era ancora troppo presto per vedersi strappare dalle mani un signore della parola, della critica e della politica come lui.

Con l’umanità piange sua moglie, la donna che gli è rimasta accanto ogni giorno, dal 1953, quando lo incrociò casualmente per la strada e perdutamente se ne innamorò; la donna che lo ha seguito in tutti i frenetici viaggi che quel vecchio lungo lungo lungo, secco secco secco e stretto stretto stretto volle affrontare a tutti i costi, dopo che i medici gli diagnosticarono che non c’era più niente da fare, per i suoi aneurismi, e lui disse alla sua amata compagna: “Adesso sai che facciamo? Se mi invitano da qualche parte, noi, andiamo. Sempre.”.

Solo alla fine, invitato dalla Morte, è andato solo.

Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.



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