La mia prima volta con Beppe

Pubblicato il 20 maggio 2010 da admin

Avevo venticinque anni ed ero stata invitata a una cena interamente consacrata al peperoncino. Dovevo andarci per lavoro: dopo mangiato, mi aspettava infatti la stesura di un articolo da inviare al quotidiano aretino per il quale all’epoca scrivevo. La prospettiva che, per una volta, il piacere venisse prima del dovere diminuiva in me il disagio di affrontare da sola una serata in mezzo a tanta gente che non conoscevo. M’ero messa un vestito del colore della panna ricamato con perle grosse e piccine, abbottonato a doppiopetto tipo cappottino e accostato in vita, molto raffinato: parevo insomma quella che nelle mie zone d’origine è detta una “cittina ammodo”.

“Buonasera signorina, lei permette? Sono Beppe Piccioli, corrispondente Ansa per il Valdarno”.

Così strinsi la mano a quell’uomo bassino e (diciamolo) tracagnotto che tante avevo visto camminare avanti e indietro lungo il Corso. Da vicino, i suoi occhi apparivano ancora più piccini, mentre il suo naso sembrava perfino un po’ più grosso. Quel sorriso talvolta ironico, a volte beffardo, eppure dolce, non me lo sarei scordato più.

A tavola ci misero vicini.

“Che bellezza –esclamai guardandolo con insospettabile complicità- stasera si sgrana e si trinca!”.

Lui (me lo disse dopo) non si sarebbe scordato più queste parole che mi erano salite in gola senza che me ne rendessi neanche conto. Gli sembrava inusitato che una ragazza che non aveva visto prima, con la quale non aveva fatto mai parola e che all’apparenza dava l’idea di essere molto riservata si rivolgesse a lui tanto informalmente.

“Tu mi garbi!” dichiarò sgranando gli occhietti a spillo.

Iniziò così la nostra cena.

E iniziò così anche la nostra amicizia, che mantenne un’ambientazione giornalistica e professionale, ma che fu sempre pronta a cogliere lo spiraglio giusto, il pertugio sufficiente per una battuta in sintonia, per una rottura degli schemi che fa tanto bene al cuore perché ci fa sentire umani.

Questo mi ricordo più che altro, del mio amico Beppe. Che era umano. E che portava a spasso quella sua umanità carica di pregi e di difetti con delicato orgoglio, con soave leggerezza e con piglio deciso.

Un poco timido, eppure sicuro di sé, aveva la risposta pronta per chi si provava ad attaccarlo.

“Occhio: non possiedo una pistola, ma sono armato!” l’hanno sentito urlare più di una volta sotto il Marzocco o davanti al bar Fiorenza.

La sua arma era la penna.

La più potente, la più spietata, la più letale che sia dato di possedere a un essere umano.

:-:-:-:-:

Scrissi questo pezzo diversi mesi fa, quando venni a sapere che la figlia di questo famoso giornalista scomparso da poco stava lavorando alla realizzazione di un libro da dedicare interamente alla memoria di suo padre.

E glielo inviai.

Lei lo ha inserito nel volume che verrà presentato domani alle ore 18 nel Palazzo d’Arnolfo di San Giovanni Valdarno.

Dove nacque Masaccio.

Dove nacque Beppe.

E dove (assai più modestamente) nacqui io.

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