Casa mia casa mia/ per piccina che tu sia

Pubblicato il 23 maggio 2010 da admin

“Dì la verità: ma come si starebbe io e te a vivere in questo paesino!”

Lo dice ogni volta che ce lo porto; lo dice ogni volta che entra in piazza Cavour e si trova davanti l’effettivamente perfetta opera architettonica di Arnolfo di Cambio; lo dice ogni volta che vede un fondo adatto a farci il ristorantino che sogna da una vita; lo dice ogni volta che c’è una cena pronta, generosa e stuzzicante ad aspettarlo al sesto piano del palazzo più alto dell’aggregato urbano.

La risposta che ha da me è sempre la stessa.

“Male.”

Che poi io in realtà contro il mio paese non c’ho mica nulla. Anzi.

Ho sempre detto che l’è il più bello tra tutti quelli del fondovalle, il più prezioso a livello artistico, il più elegante, quello col centro storico più curato, i negozi più raffinati e la gente più simpatica e creativa.

D’altronde a Figline son cisposi, a Montevarchi son bottini. San Giovanni ‘un vole inganni: siamo i migliori.

Però hai presente un vestito stretto? Una maglina rientrata per via di una lavatrice programmata male? Un paio di mutande con l’elastico troppo in tirare? Un paio di calzini soffocanti?

Ecco. Uguale.

Eppure San Giovanni all’apparenza sembra uno di quei cappottini cuciti bene addosso: non fanno una piega, una grinza morta. Torna a pennello, perché ci trovi facile il parcheggio, ci fanno il mercato tutti i sabati mattina, ci cucinano lo stufato dalla ricetta segreta, ci organizzano le rassegne culturali, c’è movimento musicale, c’è una bella libreria caffè, c’è l’oratorio e la casa del popolo, lo stadio e il palazzetto. Io ci sono stata bene, finché ci sono stata. Però ho sempre saputo che me ne sarei andata. E forse era per questo che ci stavo bene. Perché a me l’idea di uscire di casa e incrociare tutti i giorni sempre la stessa gente mi leva il respiro; e l’idea di non essere trasparente ma anche troppo in vista mi leva la voglia di scendere le scale e buttarmi sulla strada. Eppure a San Giovanni le strade sono tutte belle, le piazze tutte rimesse a posto, i giardini pubblici sono tutti verdi e il fiume è azzurro come il cielo quando la nebbia finalmente si dirada.

La casa dove sono nata e cresciuta è come quelle persone che suscitano solo sentimenti forti ed estremi: o le adori o le detesti, senza vie di mezzo.

Il “cimbellone” uguale: quando lo tirarono su, negli anni Sessanta, c’era chi avrebbe pagato per buttarlo giù. E c’era chi pagò fior di quattrini per aggiudicarsi un appartamento panoramico.

I miei conquistarono il sesto piano: una straordinaria piccionaia da cui si dominava a trecentosessanta gradi tutto il contorno, dalla catena montuosa del Pratomagno al Poggio della Ciulla, dai bagliori di Firenze a quelli di Arezzo. Un belvedere da cui avere la maleducata eppur appagante sensazione di pisciare addosso al mondo.

Appollaiata sulla fioriera del terrazzo con la schiena verso il vuoto cosmico, ho passato infanzia, pubertà, preadolescenza, adolescenza e prima età giovanile a far paura al babbo simulando di andare di sotto, di buttarmi di tergo, di precipitare, mentre a lui dal panico si paralizzavano le gambe. Ho passato ore a salutarmi con gli amici da finestra a finestra, a lanciare nell’etere berci liberatori quando la tensione di un esame all’università mi tormentava, a contemplare le montagne rosa con la mamma, a spiare la vita di paese con mio fratello e a imbastire scherzi imbecilli insieme a lui. Come quel 25 aprile di non so che anno, quando prendemmo le grandi casse dello stereo, le spingemmo in terrazza, le puntammo sulla piazza sottostante e a volume dodici facemmo partire l’inno di Mameli. La mamma ci dava mano a sistemare l’accrocchio acustico. Il babbo era fuori con il cane Nello, udì la musica, ne intuì la provenienza, tornò subito a casa e ci trattò come pellai.

Ho guardato i comignoli delle case nuove, ripensato a come era più bella la vita quando sulla terra c’era anche la zia Lolly, seguito il volo delle rondini che tornano sempre, cercato con gli occhi il pratone di Renacci in mezzo ad alberi ed arbusti, immaginato quel gazebo in pietra con la rosa dei venti dove il babbo da ragazzo scrisse che “l’amore è come lo champagne, perché frizza in ogni cuore”, salutato con la mente il mio primo amore, seguito il sole scendere piano piano e poi scomparire come sempre dalla parte di Cavriglia, respirato il profumo di sambuco che a Firenze non si sente più, ascoltato il suono delle campane della Basilica che chiamavano al mese mariano e ripensato a quando ero bambina e la zia Gina mi ci portava tutte le sere, salvo poi, una volta uscite, tirare un rutto all’aria e dedicarlo, come poco cristianamente ma molto umanamente diceva, “a chi mi vole male”.

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