Ti leggerò una fiaba

Pubblicato il 25 maggio 2010 da admin

Quando ero bambina non vedevo l’ora di ammalarmi.

Sapevo che, per consolare i miei acciacchi fisici e rallegrare il mio animo attapirato dall’immobilismo obbligatorio, il babbo sarebbe tornato a casa dal lavoro con il regalo più appetibile e desiderabile di tutti.

Un libro di fiabe.

I miei studenti, leggendo questo post, mi daranno mentalmente dell’idiota.

Colgo ugualmente l’occasione per salutarli e ribadire che, per quanto incredibile e tendente alla follia possa apparire, la verità è esattamente questa: ricevere un libro in regalo era il massimo, per me.

Il babbo si fece da una parte e, seguendo con puntualità puntigliosa le tappe naturali della crescita (morbillo, rosolia, varicella, scarlattina, parotite, pertosse, orecchioni, quinta e sesta malattia), svuotò gli scaffali dell’unico negozietto del paese che insieme ai quaderni spacciava anche i libri e per questo era nomato cartolibreria.

Il suo preferito era Rodari.

Il libro dei mesi, Il treno delle filastrocche, Il libro degli errori, La grammatica della fantasia, Le novelle fatte a macchina, Le filastrocche in cielo e in terra, Il pianeta degli alberi di Natale, La torta in cielo.

Ultime (ma prime nel suo cuore) (e anche nel mio) Le favole al telefono. Che parlavano di questo po’ero babbo che per lavoro era costretto a stare lontano dai suoi figli e allora lui per attutire il reciproco patimento telefonava tutte le sere a casa e raccontava una favola diversa e così poi i figlioli andavano a dormire più tranquilli e avevano la sensazione di essere più amati. E il mio babbo un po’ ci si sentiva, come quel babbo del librino, e faceva bene, perché il genitore che racconta le novelle ai suoi bambini compie il gesto più rivoluzionario previsto dal suo ruolo. Perché un genitore che ha letto favole ai suoi figli non potrà mai essere dimenticato.

In più il mio babbo, come il babbo inventato da Rodari, era bravo anche a elaborare storie mai lette e mai sentite prima.

Suo cavallo di battaglia: “La novella della brioscia parlante”.

A distanza di anni e bilance mandate in tilt, credo fosse un metodo gentile e subliminale per esortarmi a un impoverimento della mia dieta quotidiana: andando ad agire direttamente sulla psiche femminile ed appellandosi al naturale senso di colpa di una matrice culturale storicamente cattolica, egli tentava di farmi desistere dalla frequentazione febbrile della pasticceria “Semplici” con la storiella di quella brioscia miracolosamente capace di provare sentimenti umani e di esternarli.

Fallì nello scopo poiché non dimagrii, ma stravinse nel processo di ammaliamento poiché fui rapita dalla vicenda della povera brioscina che tuttavia riusciva a scampare alla morte per masticamento grazie a un patto stipulato con l’ingorda bambina protagonista e la promessa di un dono eccezionale a lei riservato: un vassoio di briosce al giorno in cambio della salvezza.

Poi crebbi e m’innamorai di Italo Calvino.

Acquistai le “Fiabe Italiane” nella prestigiosa edizione dei Meridiani Mondadori, che ancora sfoglio e leggo a voce alta nelle notti più agitate e insonni.

Quindi diventai professoressa, entrai di ruolo alle scuole medie e condivisi il mio volume con i ragazzini che mi erano stati assegnati.

Insieme a loro elessi la mia fiaba preferita, che narrava un’avventura teneramente epica svolta tra cucine profumate e stalle puzzolenti, in compagnia di un bimbo minuscolo, una madre agghiacciante, un padre affettuoso, un bue maestoso e un lupo scoreggione.

Per questo tra due giorni esatti, giovedì 27 maggio, al “Festival della fiaba”, la rassegna organizzata dal Comune di Firenze in collaborazione con l’Università degli Studi, l’Istituto degl’Innocenti e l’Associazione Griselda, dividendo la scena con Mariella Bettarini, Carlo Monni e Lucia Poli, proporrò al pubblico presente, in lettura rigorosamente interpretativa, Cecino e il bue.

Dedicandola a mio padre, che mi avviò all’amore per la parola scritta, e ai miei ex studenti delle medie, minuscoli come ceci ma enormi nella passione che seppero risvegliare in me.

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