Quanto sei bbella Roma… quando piove

Pubblicato il 31 maggio 2010 da admin

Mille volte Roma. A Roma era un continuo andarci quando ero ragazzina. Sembrava che in Italia da vedere non ci fosse altro che lei. Il prete (con una certa prevedibilità) mi ci portò una quindicina di volte. La squadra di basket in cui (ehm) dal mio metro e sessanta militavo imbastì un durevole gemellaggio con l’Acqua Acetosa che mi fece ospite in casa di Simona e poi condusse lei a casa mia per diversi anni. Al quarto anno di Liceo ci organizzammo la gita di cinque giorni: la classe al gran completo e, a capo di tutti noi, il nostro più che amato professore di Filosofia, che prenotò una bettola d’albergo senza bagno in camera, ma a uno sputo da piazza Navona; che ci vietava di masticare patatine e ciringomme, ma regalò boccioli di rose a noi ragazze.

A Roma, il tempo. A Roma il tempo è sempre bello. Anche a dicembre, quando il freddo avvolge ma non taglia le gote. Venerdì scorso ci siamo arrivati sotto un cielo a ragnatela assai sospetto. Il pullman ci ha scesi a Villa Borghese: il luogo perfetto per una passeggiata in mezzo al verde, per un panorama aereo dell’urbe, per un pic nic coi prodotti portati da casa, per un torneo di calcio all’aria aperta in cui dare sfogo all’energia repressa nel viaggio e presentarsi poi alla cerimonia di premiazione rilassati, immobili e silenti. Tutto questo effettivamente recitava il programma pianificato nei giorni addietro. Affacciati al Balcone del Pincio, però, più der cupolone ci ha colpito er nuvolone: una massa estesa, gonfia, viola e minacciosa ci galoppava incontro. Il tempo di elaborare un pensiero semplice (“porcamaiala, non verrà mica proprio q…”) e quella già scaricava la sua ira fradicia su di noi.

Separiamoci. Restare uniti, procedere compatti, avanzare baldanzosi non è impresa da niente, quando si portano in gita venti animalini di quindici anni, convinti di potersi fare bellamente i cazzi propri: nello specifico, fermarsi davanti a ogni vetrina, farsi abbindolare dall’indianino venditore di rose, abboccare all’arabotto che noleggia biciclette a tre o quattro ruote, fermarsi a fare foto sceme. Diventa addirittura impossibile quando nel gruppo c’è la furbega di turno che, la sera prima della gita, ha visto bene di battere una boccata in motorino, sbraciolarsi il gomito, martirsi il ginocchio e presentarsi all’appello dell’indomani sostenuta da stampelle. Provateci, a puntare i gommini sui sanpietrini sguisciosi di pioggia. L’alternativa è solo una: separarsi. Un gruppetto con una profe, un gruppetto con un’altra. Il mio finisce dritto dentro un Mc Donalds. Vanamente mi abbandono a una predica ispirata e fondamentalista sulle scelte alimentari consapevoli: il gruppetto che capeggio non solo è felicemente consapevole di accingersi a mangiare merda, ma anche fermamente intenzionato a non rinunciarvi. E il salutare bendiddìo che ci siamo portati da casa?! Non dicono dove devo ficcarmelo, eppure a volte il pensiero urla forte più delle parole. Poi, quando mi vedono alla cassa padroneggiare l’ordine (“Un Mc Deluxe Menù con patatine e Coca grande, più salsa chetchup e agrodolce”) intuiscono che anche nel mio armadio si nascondono fantasmi inconfessati e per il tempo di un pranzo mi vivono come una di loro.

Come Anita e Marcello. Ci ritroviamo con gli altri sui marmi del capolavoro idraulico, sfondo di tante pellicole immortali. Chi di loro non l’aveva ancora vista sgrana gli occhi, chi l’aveva già fatto ripensa alla moneta lanciata quella volta e si convince che funziona. Se le foto che ci scattiamo addosso consumassero una parte di noi, torneremmo a casa dimezzati.

E’ tardi. E’ tardi per vedere qualcos’altro oltre il quadrilatero classico che si completa nella scalinata di Trinità dei Monti. E’ tardi per fermarsi dentro un caffè con la calma necessaria, tardi per fare qualche passo in più, tardi per smarrirsi nella città che eternamente rapisce e mai odora di rivisto. E’ tardi per procedere a passo di crociera, per sostare alla bancherella di occhiali tamarri, per farsi corteggiare da un cameriere fattosi sull’uscio del suo ristorante. Bisogna camminare in fretta: per questo buttiamo l’infortunata dentro un taxi e acceleriamo. Il pullman ci aspetta. I giapponesi pure.

Ventiquattlesimo Plemio Lettelalio. Al Ventiquattresimo Premio Letterario arriviamo tardi. I giapponesi ci hanno atteso oltre i tempi previsti, poi hanno deciso di iniziare senza di noi. Ci presentiamo in ritardo, ma almeno in silenzio. Nel tragitto ci siamo spogliati degli abiti inzuppati di pioggia e abbiamo indossato il cambio nascosto nello zaino: entriamo nel salone della cerimonia finale pettinati e rileccati che nemmeno il giorno della prima comunione. Sul palco i listoni del parquet risuonano tonanti quando, in ventuno, ci camminiamo sopra per raggiungere il microfono e leggere l’inesplicabile combinazione poetica detta del cinque-sette-cinque: l’haiku.

A ritroso. Tutte le classi collassano e se la dormono, nel viaggio di ritorno. E’ un postulato. Un assioma. Non si sa come, questa raccoglie dai pertugi corporei ogni smarrito residuo di energia ed esplode tra le ferree pareti del pullman. Ha dalla sua l’autista più buono, gentile, aperto e tollerante del mondo e le due insegnanti più bischere dell’istituto. Di Vasco si urlano le note di Rewind e Albachiara. Del Liga si sono perse le parole. Un assolo maschile e incazzato è riservato all’italiano medio degli Articolo 31. A te del Jova diventa A voi e ci viene dedicata. Why don’t you do right, già eternata da Jessica Rabbit, trova una seconda vita nella versione remixata e mi trascina in un ballo impudico, con ogni probabilità adesso in giro su you-tube.

Leave a Reply

XHTML: You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>