Vento in faccia, alzo le braccia

Pubblicato il 4 giugno 2010 da admin

E pensare che mi stava pensiero.

Roba che infatti, quando verso mezzogiorno in cielo s’è scatenato l’inferno, ho sperato che l’incontro pubblico saltasse e che ci telefonassero per dirci: ragazzi, tutti a casa, si rimanda. O meglio ancora: nulla, via, ‘un si fa più.

Il meteo però quando serve non ti aiuta mai: eccolo là, il solleone, irrompere e squarciare l’orizzonte giusto quell’oretta prima del dibattito in piazza. Il cielo si spalanca in un azzurro terso, l’asfalto s’asciuga in dieci minuti e a me mi tocca montare in macchina e imboccare per Sesto Fiorentino.

In quella malefica via Reginaldo Giuliani l’anno scorso c’ho schiacciato nove mesi di su e giù tutte le mattine e c’ho fatto pure un incidente, a scuola finita. Conosco (e conseguentemente detesto) tutte le botteghe, i semafori, le fermate degli autobus, la forma delle case, le terrazze coi fiori e quelle senza, i kebabbari, i barrettini, l’istituto farmacologico, i supermercati: la coda è perenne, in quella strada, la macchina non scorre nemmeno a pintarla, sicché l’unica è guardare il panorama. E il panorama non è che muri, e insegne, e mattoni, e cemento. E puzzo. Parecchio puzzo di tubo di scappamento. Lunga come il budello che abbiamo attorcigliato nello stomaco, via Reginaldo Giuliani -a srotolarla- sbocca in piazza Dalmazia, alla fine di una claustrofobica strettoia. Da lì in poi, si ricomincia a vedere Firenze e si respira.

Ieri però devo essere sincera, si respirava parecchio bene anche a Sesto.

Io dico che era l’effetto di quelle inspiegabili alchimie che, tra persone riunite per dovere in un determinato luogo, scattano molto raramente. Cosa c’entro io con un assessore, un docente universitario, un bassista e il direttore di una radio? Ma proprio nulla.

Come ci stavo bene, invece, a sedere in mezzo a loro, a parlare di linguaggi comunicativi, di nuove tecnologie, di social network.

Davide Calenda è giovane, alto, affabile e preparato. Dove erano i docenti in questo modo, quando all’università ci andavo io? Questo ragazzo del 73 insegna presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Firenze sviluppando la sua attività di ricerca nei due ambiti relativi al ruolo di internet nella formazione dell’identità sociale e politica dei giovani e al ruolo degli attori individuali nei processi di policy making e di cambiamento istituzionale.

Domenico Camardo ha le deleghe del personale, dei servizi demografici, dell’innovazione, dell’informatica e delle comunicazioni. E’ molto contento di trovarsi per una volta fuori dal palazzo anziché dentro. Per palesare e ufficializzare l’insperata sensazione di godimento, prima allenta, quindi sfila del tutto e mette in tasca la cravatta.

Marco Bachi è il bassista dell’arcinota Bandabardò, quel gruppo musicale di Firenze che io andavo sempre a vedere in concerto quando vivevo a Bergamo. Uno, perché quei ragazzi scatenati e saltanti mi facevano provare l’illusione di essere a casa. Due, perché i miei studenti stravedevano per loro. Tre, perché dopo il concerto ci si ritirava su un prato lungo il fiume a suonare il jambé ripetendo a squarciagola i ritornelli più famosi. Per arrivare all’appuntamento con gli interlocutori sufficientemente preparata, ho digitato nome e cognome, e sono stata ad aspettare. Dice il suo profilo biografico, nel sito della band: “Contrabbassista e bassista elettrico, solare ma permaloso, pelosissimo e bisognoso del contatto fisico con chiunque mi circondi. Amo tutta la musica, dai Sex pistols a Debussy, con un amore viscerale per i Police e Beethoven. Sono l’anima contabile della Bandabardò e proprio nei rapporti con fatture e commercialisti riesco a sfogare tutta la mia pedanteria repressa. Nel 1997 mi sono diplomato al conservatorio e (Banda permettendo) da allora collaboro con molte orchestre di musica classica. Da un paio di anni sono pervaso da spirito agreste: nelle pause di lavoro da tour o registrazioni mi si può osservare in canottiera e stivali a spaccare legna e a dare il ramato ai pomodori del mio campo. La massima felicità per me è suonare il contrabbasso nudo nel bosco”. M’aspettavo di vederlo arrivare al dibattito in piazza al massimo in mutande. Arriva invece con un paio di jeans scoloriti e stropicciati, una bella camicia a quadri fresca solo a guardarla, un paio di comodissime All Star, e una capocciata di capelli castani scuri, lunghi, morbidi e mossi da appoggiare dietro l’orecchio tanto poi si sciolgono di nuovo. Ha lo sguardo dolce, buono e curioso delle persone sensibili e intelligenti. Ha la voce chiara e una lisca appena accennata.

Leonardo Sacchetti è il direttore di Nova Radio, la frequenza di quando viaggio in direzione scuola e non ho voglia di sorbirmi la solita merda sentita e risentita, di quando ho voglia di una musica che non ho mai ascoltato prima perché nessuno passa mai. Ha la pelle liscia, il sorriso riservato, fa domande chiare e dirette, modera la chiacchierata con modi pacati e trasmette a tutti noi lo stesso approccio disteso all’argomento e agli altri.

E quando l’applauso dei presenti annuncia che l’incontro è finito, davanti a un buffet esclusivo e generoso le sensazioni appena provate nell’informalità formale dell’iniziativa istituzionale si concretizzano e si confermano davanti a un bicchiere di prosecco fesco.

“Non bevo più da tre mesi” dico a Marco.

“Ah, davvero? Io invece ho smesso di fumare per l’ennesima volta” risponde lui.

“Il segreto per smettere definitivamente è dirsi che non ricominceremo mai più, che la nostra rinuncia è per sempre” teorizzo con fare da maestrina odiosa.

“Mh, per sempre e mai più sono espressioni che non mi appartengono” confessa.

“No?” domando in attesa di conferma e chiarimento.

“No, e non dovresti importele nemmeno te: quello che conta è la misura, non il divieto” dice.

Mi convince all’istante, afferro un flut e me lo faccio riempire al bordo.

Torno a casa felice e con il vento in faccia. Se non dovessi gestire il volante, alzerei anche le braccia (pronta a ricevere il sole).

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