Per non sentirmi idiota

Pubblicato il 13 giugno 2010 da admin

Alla fine di ogni anno scolastico ci sono i famosi adempimenti da espletare.

Sistemare i registri personali (ossia controllare che tutte le assenze siano state correttamente registrate, sbarrare tutti gli spazi rimasti vuoti, datare e firmare pagina per pagina) e consegnarli.

Consegnare anche tutte le verifiche somministrate agli studenti in nove mesi di scuola, ben raccolte e chiuse con le sempiterne, intramontabili, insostituibili fascette opportunamente compilate (classe sezione, data materia, alunni assenti, firma del professore).

Scrivere i programmi svolti nelle singole classi, stamparli e farli firmare in duplice copia da tre studenti cadauno. Indi consegnare il cartaceo in segreteria.

Riempire gli statini con le proposte di voto da discutere in sede di scrutinio finale.

Diciamo che un po’ tutta questa roba qua mi risveglia una sorta di non sempre facilmente gestibile voltastomaco, ma insomma va fatta, e la si fa.

Il registro effettivamente è la dimostrazione della nostra presenza, del nostro lavoro quotidiano, ha un suo fascino, odori di settimane e mesi, impronte digitali tue e di tutti quei molesti ficcanaso adolescenti che hanno cercato di metterci le mani dentro. Ha una sua storia, che combacia alla perfezione con la nostra.

Le verifiche è giustissimo che restino negli archivi della scuola, sai mai che qualche studente rincoglionito (come me dopo il liceo) venga un giorno a ritirarle per portarsele tutte a casa in un attacco di nostalgia malata.

I programmi faranno comodo all’insegnante che ti sostituirà, se tu non dovessi più riavere il posto in quella scuola.

Gli statini velocizzano i tempi dello scrutinio e ti costringono a interrogarti a fondo sul voto che metti a ogni singolo ragazzo.

C’è un documento tuttavia su cui mi sento realmente presa per il culo. La relazione finale. Una lenzuolata di parole vuote, di espressioni preconfezionate, sterili, asettiche e spesso scopiazzate, scritte in burocratese atroce che mai nessuno leggerà. Prova ne diede l’esperimento sovversivo a cui si abbandonò un collega un anno fa: che lui abbia scritto la formazione dell’Inter per effettuare un controllo sui controlli è un fatto al momento non emerso.

Oggi, vista la prigionia domestica a cui la stesura dell’assurda documentazione mi relegava, ho deciso di essere sovversiva anch’io. Prima di tutto, col cavolo che scrivo una relazione per ciascuna classe. Una collettiva basta e avanza, mi sono detta. E poi, perché tutta questa freddezza di stile? Perché tutta questa formalità? E perché invece non un po’ di calore, di colore, di storia, di trama? Perché non dei personaggi veri, con nomi e cognomi, anziché i soliti numeri e i soliti sinonimi studenti/alunni/discenti, insegnanti/professori/docenti? Perché non un po’ di fantasia, di arte, di creatività?

La mia relazione è finita: ha un’introduzione, una conclusione e sette capitoli, tutti titolati. Ci sono discorsi diretti, commenti personali, drammatizzazioni, incisi, segni d’interpunzione disobbedienti, brandelli di poesia e soprannomi.

A scriverla ho goduto di elevate punte di piacere.

Ora spero che non la legga nessuno.

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