Il calabrone

Pubblicato il 14 giugno 2010 da admin

Dai finestroni spalancati del salone, spinto dentro dal vento caldo dell’estate, un calabrone mi entra in casa.

Ha la voce monotonamente medio-bassa della sua categoria, sempre identica a se stessa, incapace di variazioni, di minori vibrazioni, di abbassamento di scala sonora. E’ petulante, innocuo eppur minaccioso, perlustra le stanze, curiosa tra le mie cose, forse si adagia sulle lenzuola del mio letto per saggiarne l’odore, dolce per le creme che mi cospargo addosso alla fine di ogni doccia.

Non so dov’è perché non lo vedo.

E non lo vedo perché, da quando l’ho sentito entrare, mi sono rintanata nello studio socchiudendone la porta e rimanendovi nascosta dietro, nell’impaurita attesa di vederlo passare, lento, pigro, col suo volo di pause e ripensamenti, di sospetti e azzardi.

Dev’essere vicino, dev’essere sospeso in aria, immobile a mezza altezza, a studiarsi bene la situazione.

Perché è entrato dentro, se i fiori e le piante sono tutte fuori?

Non può essere attratto dalla pianta del fumo, quella con la radiciona alla base tonda e soda della noce di cocco, quella con le foglie a fili verdi lunghi e taglienti. E non può desiderare la kentia priva di aromi e di germogli, arida di chìcchero, noiosa e indifferente.

Non vorrà pungere il mio gatto!

“Micino! Pss… Micino! Vieni qua, Micino!” chiamo, perché si metta in salvo.

Ma lui non si palesa, e me lo immagino acquattato, la pancia pelosa aderente al marmo ghiacciato della stanza, a fingersi statua meditando il felino attacco. Lo so bene come fa, perché quando mi metto a quattro zampe capisce al volo cosa ho in mente e sta subito al gioco. L’eterno gioco della caccia. Quello stesso gioco che ora, in questo preciso istante, starà condividendo con l’intruso.

Non commetterà l’errore di catturarlo ficcandoselo in bocca e, nove su dieci, facendosi pungere la lingua, o il palato, o un labbro, o una gengiva.

Fece così anche il mio cane Nello, e quando si presentò al mio cospetto aveva il muso non più di un beagle bellissimo e aromioso ma di una bestia oscena resa sformata e mostruosa dall’effetto del veleno. Lo salvammo con una corsa contro il tempo, dall’unico dottore di turno quel giorno.

Non esce mica, questo calabrone.

Non si leva mica dai piedi, questo insetto a cui gli umani, pur terrorizzati dall’esiguità di un pungiglione, devono per forza far paura per le loro spaventose dimensioni.

Ma infatti: perché me ne sto chiusa nello studio? Perché non esco e mi paleso, mi metto bella eretta al centro del mio appartamento, del mio mondo? Ché questa casa è mia, mica sua. Ché qui quella che picchia sono io, quella che ha le mani filiformi però grandi, e per i casi d’emergenza una scopa dietro l’uscio.

Incamero un respiro, mi gonfio il corpo d’aria, acquisto volume, cerco d’ingrossarmi.

Creo un pertugio e c’infilo la testa, attaccata a un collo, prolungamento di un busto, da cui penzolano due braccia e da cui si diramano due gambe, concluse in due piedi scalzi dalle unghie smaltate di rosso fegato.

Seguo il ronzio e avanzo, vigilo d’intorno e veglio, deambulo lentamente e con diffidenza, con titubanza.

Infine la vedo, la bestiaccia.

E’ quadrata, nera nei contorni, colorata e luminescente nella parte interna.

Nel suo ventre, ventidue minuscoli omini corrono senza posa inseguendo una sfera che fugge e che fanno di tutto per raggiungere, colpire coi piedi e gettare dentro un rettangolo posto alle due estremità di un vasto spazio geometrico regolare e verde.

Una voce tenta di farsi spazio in mezzo a quel ronzio animale.

“Netta superiorità al momento dell’Italia, che forse solo a causa del maltempo non è riuscita a impedire il gol avversario ma che comunque ben verticalizza l’area di rigore…”

E d’improvviso capisco.

Non era di un calabrone, quel ronzio.

Ma di uno stadio di coglioni armati di vuvuzela, altrimenti detta lepatata, una trombetta affusolata d’inconfondibile ispirazione anatomica, che strapperei loro tanto volentieri dalle mani, per ficcargliela là, dove il nero di uno sfiatatoio si confonde con il nero di tutto ciò che lo circonda.

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