Quella lezione (r)affinata

Pubblicato il 16 giugno 2010 da admin

Ha preso il treno a Roma Termini ed è sceso a Firenze Campo di Marte.

E’ arrivato alla Scuola di Scrittura Mondadori, in Viale Manfredo Fanti, poco dopo le sei.

Jeans, maglia con la zip e giacca: tutto blu scuro, come il cielo su cui a fine serata si sono addensate nuvole gonfie prima di scoppiare.

Ha varcato il cancello che immette nel giardino e il portone che porta nel cortile con la sua faccia seria, un incastro felice di riservatezza e di pudore.

Gli sono state presentate tante persone, fatti tanti nomi, offerte tante mani da stringere.

Lui ha guardato nel fondo degli occhi di tutti.

Poi ha chiesto di sedersi, ha atteso che tutti fossero presenti, che Francesco Recami lo presentasse, e ha iniziato il reading de “La città dei ragazzi”.

Eraldo Affinati è un mio collega.

Ma solo pensarlo mi mette l’imbarazzo addosso, perché in confronto a quello che fa lui, a me sembra di non fare nulla.

Lui tutte le mattine entra in una scuola regolata da un autogoverno, dove viene eletto un sindaco e coniata una moneta locale, lo scudo. Lì non trova studenti come i miei, che dopo la lezione vanno a casa perché una casa ce l’hanno. Lì trova gli Ali, i Mohammed, i Francisco, gli Ivan. Hanno quindici, sedici anni. Vengono dal Maghreb, dal Bangladesh, da Capo Verde, dalla Nigeria, dalla Romania, dall’Afghanistan. Sono arrivati in Italia nei modi più strani, spesso per noi inconcepibili: a piedi, nascosti sotto i camion. Devono imparare a leggere, scrivere, trovare un lavoro e rendersi autonomi. Ma soprattutto avrebbero bisogno di crescere e diventare grandi.

Lì trova un fiume tumultuoso d’umanità lancinante di cui vediamo soltanto la foce, sui banchi di scuola, per strada.

E lui ha deciso di scoprire la sorgente, cioè i luoghi e le ragioni profonde che spingono questi adolescenti a lasciare case, lingue, madri e padri per sfuggire a guerra, povertà, miseria. Così, dopo aver conosciuto Ornar e Faris nella Città dei Ragazzi, la storica comunità alle porte di Roma fondata nel secondo dopoguerra dal sacerdote irlandese John Patrick Carroll-Abbing, li ha riaccompagnati in Marocco, al limitare del deserto, da dove due di loro erano partiti quasi bambini.

Questo viaggio nello spazio e nel tempo alla ricerca delle radici strappate, insieme alle storie degli altri ragazzi si è trasformato però, nella coscienza di questo autore umile e potente, in una drammatica riflessione sulla paternità, assente o presente, vera o posticcia, perduta o ritrovata, ed è stato capace di coinvolgerlo in prima persona facendogli intrattenere un colloquio sofferto e segreto col genitore scomparso, a sua volta figlio illegittimo, orfano e privo di guida.

L’ultima lezione presso questa neonata Scuola di Scrittura è stata ieri, è stata all’aperto, è stata bagnata dalla pioggia, è stata profondamente emozionante.

Arrivederci a settembre.

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