Sex and the desert

Pubblicato il 19 giugno 2010 da admin

Tutto questo era terribilmente imbarazzante e lei lo sapeva bene.

Aveva quarantaquattro anni, era una professoressa di Lettere, scriveva libri, collaborava con una delle testate più prestigiose d’Italia e prima di andare al cinema leggeva le recensioni del film in questione.

E lo aveva letto, implacabile, denunciato nero su bianco, che questo faceva cagare.

Ma la voce della tentazione parlava più forte di quella di chi aveva stroncato la pellicola e -sussurrandoglielo all’orecchio- le ricordava che anche il numero uno era stato fortemente criticato, per poi travolgerla in una goduria acustico-visiva ed edonistico-sentimentale della durata di due ore, che successivamente le aveva fatto acquistare il dvd da guardare, guardare e riguardare fino alla nausea, ogni volta provasse il desiderio di due ore di amicizia al femminile, sesso gioioso, scarpe col tacco e una città con lo skyline più bello del mondo sullo sfondo.

A facilitarle la caduta in tentazione, poi, aveva accanto un uomo che adorava quella storia almeno quanto lei.

“E’ uscito il secondo film delle ragazze: dobbiamo assolutamente andare a vederlo!” le aveva detto un pomeriggio, rientrando dall’ufficio.

Prima di lui però era già arrivata l’amica del cuore, con un sms dal criptico testo (“SaTC io, te e Andrea?”) a cui lei aveva risposto precipitevolissimevolmente digitando in caratteri maiuscoli “E’ LA MIGLIORE PROPOSTA DEL 2010″.

Ed eccolo, il giorno stabilito.

“Come sto?” chiese al suo uomo presentandosi in salotto mentre lui bivaccava sul tappeto bianco azzannando triangoli di pizza davanti ai mondiali di calcio.

Per la grandiosa occasione si era vestita come la sua eroina. E poiché la sua eroina cambiava d’abito a ogni fotogramma, si era ispirata a una foto con cui ella era stata immortalata su “IoDonna”, l’allegato del sabato del Corriere della Sera: nella rubrica “Buccia di banana” firmata da quell’ingrata di Giusi Ferrè, l’attrice più stilosa (e magra) d’America veniva sgraziatamente tacciata d’ineleganza, ma lei se ne fotteva.

Nessuna aveva la classe di Sarah Jessica Parker, in arte Carrie Bradshow.

Per questo per la gloriosa serata aveva clonato il look di costei, scivolando dentro pantaloni morbidi e cascanti ripresi a polsino alla caviglia, era infilata dentro una casacca segnata in vita da un’alta cintura in pelle, si era arrotolata intorno al collo un foulard fashion, era salita su trampoli di dodici centimetri e aveva abbracciato una tracolla capiente.

Capello ricciolo e sciolto, e via.

“Insomma, come sto?” gli chiese ancora mentre lui la guardava dal pavimento.

“Sei… sei un po’…”

“Sono un po’…?”

“… sei un po’… come dire… americana“.

Non avrebbe potuto farle complimento migliore.

Baciò il gatto, si chiuse la porta alle spalle, salì in ascensore e s’inabissò di cinque piani.

Davanti al portone, in ballerine e canottiera fragola e panna, tripudio di paillettes di fiorucciana memoria, l’attendeva Elena.

“Chi ti paio?” chiese all’amica canticchiando l’immortale motivetto della sigla.

“Come ti sei conciata?” trasalì quella.

Ma lei estrasse dalla sporta la pagina strappata da “IoDonna” e gliela sventolò sul viso.

“Identiche sputate!” dové correggersi l’amica.

E partirono.

Andrea le aspettava davanti al Cinema Fulgor.

Bellissimo, raffinato, spiritoso e gay, Andrea era perfetto per la condivisione di quel film.

Si erano conosciuti a casa di un amico, durante una cena piena di invitati. Notandolo tra la folla, aveva avvertito una scarica ormonale assai corposa che l’aveva indirizzata a chiedere notizie dell’ospite sconosciuto, decisa a conoscerlo e (subito dopo) a corteggiarlo.

“E’ omosessuale e innamorato perso di Tomo” le rivelò qualcuno.

Tomo era il più bel giapponese mai passato per Firenze, veniva da Kyoto e, nonostante fosse più giovane di lei di qualche anno, dopo averla conosciuta si era convinto che fosse la ragazza perfetta per lui.

Si veniva a creare così la curiosa, ironica e crudele situazione per cui Tomo amava lei, lei amava Andrea, e Andrea amava Tomo.

Ai tre sfortunati non era rimasto che diventare grandi amici e andare insieme a tutte le feste, i raduni, i concerti e gli eventi di quell’indimenticabile estate priva di sesso.

Il tempo e la vita li avevano naturalmente allontanati senza che nessuno dei tre avesse per questo scordato il loro invisibile legame.

“Sono così emozionata all’idea di rivederlo!” confidò a Elena camminando in equilibrio sui Lungarni.

Lui le aspettava all’ingresso del cinema in completo grigio perla.

I capelli riccioli e cortissimi, il corpo magro e filiforme, gli occhi chiari e svegli, la bocca pronta ad allargarsi in un avvolgente sorriso.

Vedendole arrivare, estrasse l’i.Phone e fece partire la sigla del serial che segnò gli anni Novanta.

Davanti ai manifesti del film si scattarono foto fingendosi in gran confidenza con le protagoniste.

Una volta dentro alla sala, occuparono i posti migliori e attesero che la musica arcinota abbozzasse le prime note e che la sigla HBO annunciasse che, sì, “Sex and the City 2″ stava per cominciare.

Dopo i primi fotogrammi, i tre cominciarono tacitamente a chiedersi quando sarebbe finito.

La storia era improponibile, le cadute di stile innumerevoli, le ragazze erano diventate quattro babbione tirate, rifatte e inguardabili.

Stanford Blatch e Antony Marentino si sposano: alle loro nozze, fiera del cattivo gusto, partecipa anche una Liza Minnelli maschera di se stessa. Tra gli ospiti della pacchianata primeggiano naturalmente Carrie, Miranda, Charlotte e Samantha: le prime tre accompagnate dai loro mariti John, Steve e Harry, la quarta nuovamente single, libera e sessualmente più esuberante di sempre. Tra Carrie e Mister Big c’è crisi: i due navigano nell’oro, hanno un appartamento da denuncia, non desiderano più niente e si annoiano mortalmente. Lei, almeno, che quando si sfila un vestitino nero nella speranza di ingrifarlo, nota che l’uomo rincorso per sei serie di telefilm guarda bellamente la tivvù. Lui sta benissimo come sta, bello spaparanzato su un divano da millemila dollari con le pantofole a portata di piede e il cicchettino nel bicchiere di cristallo. Miranda e Steve vanno un po’ meglio, ma lei è perennemente in corsa affannata dietro agli impegni di lavoro e lui passa più tempo con la vecchia governante Magda che con lei. Charlotte sclera dietro due bambine che le tolgono pace e intimità coniugale e teme che Harry sia attratto da quel grandissimo pezzo di gnocca della neoassunta tata. Ma ecco, dea ex machina, Samantha le trascina tutte e tre con sé in un’avventura supertrash ad Abu Dhabi, dove uno sceicco l’ha invitata promettendole una settimana di vacanza a zero spese, con maggiordomi personali, rolls-royce a piovere e sprechi a cadere.

“Odio doverlo ammettere, ma questo film fa schifo” si dissero i tre amici nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo.

Resistendo fino ai titoli di coda, si chiesero poi come avessero potuto, il regista, la produzione, o chi per loro, lavorare a una storia tanto bassa e volgare, privando un serial tv tanto prestigioso e innovativo di quella proverbiale carica di ironia, eccessi e misura che ne aveva fatto un simbolo d’intelligente modernità.

All’uscita notarono che, senza New York, Sex and the City non era altro che uno squallido deserto, convennero sull’unica scena da salvare (quella in cui Miranda e Charlotte ammettono la frustrazione a cui conduce la maternità), si promisero di rivedersi presto, stavolta per “La nostra vita” di Daniele Luchetti, si salutarono avviliti e si abbracciarono alla ricerca di un barlume di consolazione, che non arrivò.

Rientrata in casa, lei scese dai trampoli, vestì una tuta sbilenca, si deterse il viso dal trucco, accese il Mac e, sul suo blog, perché non trapelasse che a commettere quella terribile cazzata era stata proprio lei, scrisse un post in terza persona.

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