A passeggio con Lorenzo

Pubblicato il 23 febbraio 2009 da admin

I ragazzi scendono alla stazione centrale e candidi confessano di non sapere che quella di Firenze fu realizzata nella zona in cui sorgeva la cosiddetta “Maria Antonia”, fu costruita su progetto di Giovanni Michelucci e oggi è considerata un capolavoro del razionalismo italiano.

I ragazzi addentano crocchette di pollo di MacDonald’s accompagnandole a bastoncini di patate fritte e cocacola. Tutto questo a un quarto alle nove del mattino.

I ragazzi hanno ancora sonno, ma nonostante ciò parlano tutti insieme e tutti a voce alta, tanto che gli si deve far notare che in città non è il caso di farsi riconoscere tra la folla per eccesso di timbro.

“Ah no?!” chiedono perplessi e con le cispe agli occhi.

I ragazzi ti vengono dietro come formichine mentre tu percorri il sottopasso, sbuchi a cielo aperto e inforchi via del Melarancio, intenzionata a battere con loro le zone in cui fu magnifico il Magnifico.

“Ecco qua le Cappelle Medicee: la cripta è del Buontalenti, la Sagrestia Vecchia del Brunelleschi, la Sagrestia Nuova di Michelangelo. Quella dietro invece è la Basilica di San Lorenzo, consacrata (pensate) nel 393, amatissima dai Medici e considerata cattedrale fino a quando non le fu preferita la chiesa mastodontica costruita sopra Santa Reparata: il Duomo”.

I ragazzi si distraggono tra i colori del mercatino, puntano fibbie di cinture, sciarpe di lanona e magliette da calciatore.

“All’altro lato, invece, lo spigolo di Palazzo Medici Riccardi, voluto da Cosimo e commissionato a Michelozzo perché Brunelleschi l’aveva progettato troppo sfavillante e il vecchio signore di Firenze (volpone che non era altro) conosceva bene il livello d’invidia che rode l’animo alla gente quando qualcuno sta meglio di loro. La visita alle stanze del palazzo sarà il momento finale della nostra mattinata insieme”.

Così i ragazzi si rimettono in cammino e seguono chi li guida in Piazza San Giovanni, a guardare la croce di marmo dedicata al miracolo di San Zanobi.

“Quando il corpo del primo vescovo di Firenze venne traslato dalla chiesa di San Lorenzo fuori le mura in Santa Reparata, era una mattina gelida di gennaio. La bara, passando sotto un albero, ne sfiorò un ramo spoglio e immediatamente l’albero fiorì”.

“Eh, sì, come no…”.

I ragazzi sono scettici, non credono più a nulla che non sia spiegabile con la scienza e il pragmatismo; non li catturano più le storie senza una base pulp di ultraviolenza e voluminosi schizzi di materia per scenografia.

“Quando i Pazzi ordirono la loro congiura contro i Medici era il 26 aprile 1478. Il cardinale Riario Sansoni stava per officiare la Messa solenne in Duomo. Siccome Giuliano in quei giorni non era stato molto bene, Francesco de’ Pazzi e Bernardo Bandini andarono a prenderlo a casa con la scusa di accompagnarlo in chiesa e con lo scopo di fargli un occhiello nella pancia. Nel tragitto lo smanacciavano un po’ sul corpo per sentire se indossava una cotta di maglia sotto le vesti e se appoggiato alle gambe portava “il gentile”, lemma eufemistico per indicare un coltello da difesa. Ma Giuliano proprio quel giorno non aveva niente, perché l’uggiolina che sentiva addosso faceva sì che questi accessori gli provocassero fastidio. Una volta in chiesa tra il pigia-pigia della gente fu semplicissimo freddarlo. Meno facile fu spedire al creatore anche Lorenzo, perché intorno a lui fece capannello il popolo stesso e lo scortò fino in sagrestia, da dove riuscì a fuggire e a mettersi in salvo”.

“Favoloso!”

I ragazzi godono di fronte al sangue, vattelappesca comemmai.

Ma godono (spero) anche di fronte al trittico di meraviglie che si para loro davanti poco dopo l’edificante narrazione: Duomo, Campanile e Cupola. Rispettivamente Arnolfo di Cambio, Giotto e Brunelleschi.

I ragazzi però più che altro godono di fronte a una generosa colazione. Al Caffè Gilli sfoggiano un’errhe moscia che non hanno e giocano ai signori, mentre donne in visone li osservano perplesse, uomini anziani difendono coi gomiti lo spazio vitale presso il bancone e commesse gentili distribuiscono cornetti, bomboloni e cappuccini caldi.

I ragazzi entrano in libreria, si disperdono tra gli scaffali e quando ricompaiono tengono un libro tra le mani: “Profe guardi, qui c’è una che si chiama come lei”.

I ragazzi si fanno raccontare che quelle strade larghe e capienti sono in realtà una violenza perpetrata su Firenze negli anni in cui fu disgraziatamente capitale e si volle fare di lei una novella Parigi fuori luogo e fuori tempo. E mentre percorrono via Roma e via de’ Calzaioli, penetrano in piazza della Signoria.

I ragazzi contano gli stemmi di Palazzo Vecchio, confrontano la merlatura guelfa con quella ghibellina. Un bronzeo Perseo li guarda tenendo una testa mozzata nella mano sinistra, mentre loro si avvicinano a un profilo umano scolpito sulla pietra e attribuito a Michelangelo. Poi sollevano lo sguardo, vedono il Corridoio più lungo del mondo e col naso in aria ne seguono il percorso senza perderlo di vista.

I ragazzi si affacciano sul fiume, salutano i canottieri, sconfinano Oltrarno, sfiorano Santa Felicita e tirano una boccata d’aria davanti alla maestosità del palazzo che Luca Pitti volle enorme e dalle finestre grandi come il portone d’ingresso di quello dei Medici in via Larga, dove si conclude la loro passeggiata. Lì è pronto ad accoglierli un uomo dalla voce di caverna ma dagli occhi liquidi e buoni, che li guida al cospetto di una Madonna estasiata davanti a due bambini e un cardellino.

I ragazzi tacciono di fronte a una delle tele più sublimi dell’arte rinascimentale e tornano a guardarla, si affacciano di nuovo, ne colgono i dettagli paesaggistici in stile leonardesco, ne apprezzano il quasi invisibile restauro e commentano il pisellino di Gesù.

I ragazzi entrano nella camera di Lorenzo, ciacciano virtualmente tra i suoi cassoni, salgono ai piani superiori e nella Sala di Luca Giordano scoprono il primo esempio di pittura in tridimensione guardando il culo di due buoi.

I ragazzi stanno per salutarsi e far ritorno alle proprie case, ma prima attraversano la Galleria delle Carrozze che proprio di recente Matteo Renzi ha restituito alla città.

Di sicuro non hanno ascoltato tutto, certamente hanno perso mille dettagli, senza dubbio si sono distratti, estraniati, parlati, persi nei pensieri. Forse si sono anche un po’ annoiati.

Ma i bachi ormai sono stati buttati.

E io sono sicura che verrà un giorno in cui l’esigenza di andarli a recuperare personalmente e spontaneamente sgorgherà naturale dentro di loro.

Allora ripenseranno a una mattinata in centro in compagnia di venti amici e di due insegnanti, mentre il freddo tagliava le loro gote lisce ma li abbracciava una città resa magnifica da un Magnifico Lorenzo.

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