Come un lutto

Pubblicato il 28 settembre 2010 da admin

Se fossi una persona normale, sarebbe una festa.
Invece è come un lutto.
L’ultimo di una serie di cinque.

Il primo.
Avevo nove anni ed ero perfettamente in grado di intendere, volere e provare sentimenti.
E infatti, io, l’amavo.
Lei era piccola, comoda e verde.
Era un’utilitaria prodotta dalla casa tedesca NSU e il suo numero di targa era 40619.
Il suo nome era Prinz.
Lo so: tutta l’Italia sosteneva che portasse una sfiga colossale, seconda solo a una 127 bianca carica di suore.
Ma lo confesso: mio padre ne aveva comprata una.
E io (confesso anche questo) l’adoravo.
Sarà che venivo da un’infanzia precaria consumata a bordo di una Cinquecento in cui stavamo stretti, scomodi e zipillati.
Per cui la Prinz mi apparve come un salotto. Un’aia. Un piazzale in cui allungare le gambe, mettermi comoda e godermi il viaggio stampando fumetti di fiato sul vetro posteriore e imprimendo messaggi prima che il vapore si dissolvesse.
Lei, destriero dal color di bile diluita e stinta, ci condusse ovunque. Perfino a Torino, dove pare ancora se ne parli.
Fu effettivo membro della famiglia dal 1968 al ’75, quando il babbo annunciò: “Domani si va a ritirare l’auto nuova”.

L’auto nuova era una Fiat 128 rosso fegato.
Come la vidi, provai un epidermico fastidio.
Ogni volta la guardavo, mi tornava in mente la bucolica Prinz dagli occhi rotondi e ottusi, e il cuore mi si strangolava da solo in petto.
Continuavo a rivedere la solita scena di quella sera che col babbo l’avevamo parcheggiata nel garage e lei ci era venuta dietro piano piano.
Nella mia mente di bambina e nella mia concezione del mondo, quello era un raro misto di amore, dedizione e fedeltà.
Che ne sapevo, io, che il babbo s’era scordato di tirare il freno a mano?

Della Fiat 128, detta Centoventottina, non mi innamorai mai.
Saranno stati i sedili in pelle nera, su cui d’estate mi si appiccicavano le cosce sudate.
Sarà stato il volante scarno rigido e lucido, che temevo scivolasse dalle mani di chi la conduceva.
Sarà stato il cambio, un ferro lungo e algido con un pomello imbelle, privo di carattere e personalità.
Sarà stato il colore, che rievocava l’immagine di una bestia al macello sgozzata di fresco.
Però alla fine m’affezionai anche a lei e quando il babbo una sera del 1994 annunciò: “Domani si va a ritirare l’auto nuova”, qualcosa alla bocca dello stomaco s’incrinò.

L’auto nuova era una Giulietta Alfa Romeo altezzosa e tamarra, intirizzita e dura da guidare. Di lei mi venne spontaneo sospettare dal suo primo sbucare dalla curva che immetteva in piazza.

Io però, quattro anni prima, avevo già ricevuto in dono la mia prima macchina personale, regalo di una laurea che ancora non avevo conseguito anche se mancava poco.

Sulla mia Fiesta 1100 nera dagli occhi di gatta ho vagabondato, girovagato, bisbocciato, pernottato, e nazzicato.
Soprattutto nazzicato.
La Fiesta per me è sinonimo di Nello, il cane beagle che mi viaggiò accanto occupando il sedile del passeggero e che me la distrusse con accanimento certosino per punirmi delle ore in cui ce lo lasciavo dentro per andare a far lezione ai miei studenti bergamaschi.
La Fiesta è il ragazzo dai capelli lunghi all’odore di Linetti che ci ho amato al chiarore della luna.
La Fiesta sono le scampagnate, gli esili, i ritorni. I pensieri, le autoanalisi, i sensi di colpa.
La Fiesta la consumai alle barbe, trascurando di curarla, procrastinando a una data che non giunse mai ogni sua minima manutenzione.
Essa mi regalò tutta se stessa, imparando a viaggiare anche senza olio.
Dieci anni e duecentoventimila chilometri dopo, il babbo una sera annunciò: “Domani ti porto a ritirare l’auto nuova”.

Arrivò in questo modo quasi defilato e sussurrato, nell’anno 2000, la Yaris Toyota, grigia come i miei occhi quando è inverno, futurista al pari di una metropoli giapponese, gazzella nella ripresa, cammello nei consumi, rinoceronte nella resistenza.
Accogliente e generosa, ha gioito nell’ospitare animali e nell’agevolare traslochi.
Non ha mai tradito.
E’ stata molto, molto amata, in ciascuno dei duecentomila chilometri percorsi.

Nei prossimi giorni partirà per la Romania dove l’aspetta il culo caldo di un uomo senza volto.

Alla guida di un’auto nuova, il cielo sulla testa, l’illusione della serra intorno e una carrozzeria di luce ad abbracciarmi, la penserò vecchietta e acciaccata, probabilmente delusa, certamente affranta per un addio che, come a me, le suonerà prematuro, sebbene a ben guardare non lo sia.

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