DomenicAnarchica

Pubblicato il 10 ottobre 2010 da admin

“Oggi mi sono svegliato anarchico -ha detto stamani l’uomo con cui divido la vita in questa parte di vita- Preparati: ti porto a Carrara.”

M’è venuto subito in mente quel Ceccardo Roccatagliata Ceccardi di cui scrisse e con cui ebbe a che fare il Viani della mia tesi di laurea. Gente povera e incazzata, mani ruvide e tempra scontrosa. Altro che quel baronetto del mi’ fidanzato, vestito di tutto punto, pettinato (questa è buona) e con le unghie pulite.
Il cielo che ci è venuto incontro mentre si risaliva la Toscana era una tela grigia tessuta da un ragno uggioso e contrariato. Quei cieli che senza occhiali scuri strizzi gli occhi e con le lenti da sole non ci vedi. Va be’.
Che gente, la gente di Carrara. Io credo tutti cavatori, a giudicare dalla misura degli arti superiori. Chi il cavatore non lo vuole fare, leva le tende, ché da quelle parti la montagna ti guarda in continuazione e ti chiama come le sirene con Ulisse, vieni, vieni quassù, vieni a prendermi, ma prima tagliami, fendimi, spaccami nel mezzo, se ti riesce, se c’hai le forze, se c’hai le palle.

“Lo sai che Carrara è un’isola linguistica?”
“Cioè, in che senso?”

Nel senso che ha questa peculiarità etno-linguistica, il dialetto carrarese appunto, un idioma appartenente al ceppo gallo-italico e posizionabile sotto la lingua emiliano-romagnola. E dato che l’area in questione è prevalentemente circondata a sud da parlate toscane, a ovest da parlate liguri e a nord da parlate lunigiane, è da considerarsi una vera e propria isola linguistica emiliana.

“Interessante.”
“Invece tu ti sei informato intorno al cibo?”

Porcamiseria, se s’era informato. Taglierini coi fagioli (“tajarin ‘nti fasóli”), tordelli (“tordedi”con ripieno a base di carne, mortadella, uova e spinaci), lardo di Colonnata (“lard d’ Kolonata”), tordellini in brodo ossia “cappelletti” (“capdeti ‘n brod”), sgabei, polenta servita con sugo di funghi e pecorino (“cazalà”), stoccaffisso (“stokafis”), polenta incatenata (“polenta ‘nkatnata”), trippa alla carrarina (“tripa”), torta di riso (“torta d’ ris”), frittelle dolci di riso (“frisòli”), focaccia dolce con uvetta e pinoli (“fugaza”), focaccia schiacciata di grano molto salata (“fugazina”), preferibilmente bassa e ben cotta mangiata con fichi, meglio se sono quelli piccoli e dolcissimi del vicino Montemarcello (“fiki d’ Montmarzè”), farinata ossia torta salata a base di farina di ceci (“calda calda” o “calda oh”), castagne bollite (“badoti” o “borgadedi”) carraresi (dolcissime, comunemente conosciute come carpanesi).
Va detto che dal ristorante “Roma” (battutissimo delle famiglie carraresi) non ci siamo alzati con la fame.

“Ora per digerire si fa il giro delle sculture esposte in città per la Biennale.”
“No, dai: portami a Colonnata, voglio farti vedere i luoghi della gita scolastica che ho fatto due anni fa con quella classe che mi piaceva tanto. E poi, ora che peso dieci chili meno, voglio rifarmi la foto accanto alla lapide dedicata ai fratelli anarchici morti per la libertà.”

Ma come si fa a mantenere la linea, a Colonnata? Quel mezz’etto che butti giù nella salita te lo ripiazza addosso la signora Mafalda dell’omonima antica larderia, che già al tempo della gita ci segnalarono come la migliore. Oggi al bancone c’è un giovane uomo, moro e sorridente, gli chiedo un dolce per merenda, mi consiglia il tiramisù e poi scopre che è finito, mi propone la torta di riso e me la dichiara favolosa, ne prendo un triangolone e compro anche un rettangolo di lardo da portare a casa. Ci sediamo fuori e l’aria frizza di montagna, il sole illude che il bianco della vetta sia davvero neve. Il giovane uomo deve ancora pranzare e infatti si siede al tavolino come noi, accanto a lui la signora Mafalda in persona, proprio lei, l’autrice di tutte le prelibatezze della larderia.

E non so come va il discorso, ma insomma il lavoro, insomma il marmo della montagna, il ristorante, le cene lunghe e chiassose che sboccano dentro la notte, “Come quella di iersera -ci racconta- con tutta la troupe del film che sta girando il mio figliolo”.

Il suo figliolo è il giovane uomo seduto accanto a lei. Per quanto gli pare di ricordare, dice di essere nato con il cinema in corpo, che delle cave e del marmo non glien’è mai fregato nulla, che da ragazzo ha chiesto di andare a stare a Roma per studiare da regista, che il babbo non ne voleva sentir neanche parlare, che la mamma ce l’ha mandato di nascosto e tutti i giorni per ingannare suo marito disfaceva e rifaceva il letto come Penelope con la sua tela. Che dopo tanti sacrifici e tanta determinazione qualcosa ha cominciato a muoversi. Che prima ha collaborato con Marco Ferreri nel Nitrato d’argento, poi con Francesca Archibugi nel Vento, quindi con Ferzan Ozpetek in Cuore sacro. Finché è arrivato quello che sognava da una vita, un film soltanto suo, un film che non t’aspetti, un film delicato, sottovoce, sorprendente, vincitore di diciotto premi, intitolato Il rabdomante.

Sì, il figliolo della signora Mafalda è proprio Fabrizio Cattani.

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