Chiamate Roma 3131

Pubblicato il 14 ottobre 2010 da admin

Quando Roma chiama, io mi sento male.
Non per la città, per carità, che è l’unica per cui potrei lasciare il cofanetto d’arte che è Firenze.
E nemmeno per i romani, quelli poi, che come aprono bocca m’incantano per quell’inconsapevole musicalità (mallàssastà… mallàssapèrde… macchitoofaffà…) che riescono a produrre.
Io mi sento male quando Roma chiama da via Nomentana.
“Prenderà il treno delle 8:15, giungerà a Roma alle 9:20, salirà su un taxi 5750, dirà Dear e lì sarà portata. Due minuti prima di arrivare chiamerà questo numero di cellulare per dire sto arrivando, al cancello d’ingresso la verremo a prendere, la porteremo negli studi, trucco, parrucco, e poi andrà in onda, certo, in diretta, ma pochi minuti, no, non col conduttore principale, con la giornalista che lo affianca nella trasmissione, quattro-cinque minuti al massimo, non si preoccupi, stia tranquilla. La aspettiamo.”

Dice bene, dice… la aspettiamo.
A me intanto la notte prima mi sfilano davanti in sogno, tutte in fila, le domande più assurde che un conduttore televisivo possa fare e a cui un ospite non sia in grado di dare una risposta (tra le più ricorrenti, le tabelline del 6, del 7 e dell’8).
Il viaggio sulla prima classe della Freccia Rossa (dove mancavano soltanto le sigarette al mentolo) consola e incoraggia. Roma accoglie e abbraccia. Come sempre. Come ogni volta. Come quella volta che ero bambina e vidi l’omino bianco fare ciao ciao con la manina dalla finestra del suo studio. Come quella volta in gita con le scuole medie, e quell’altra col ginnasio, e quell’altra ancora col liceo. Come tutte quelle volte in cui c’andavo per giocare a pallacanestro contro l’Acquacetosa, o in pullman con il prete, o in auto con chi amavo, per poi affittare un tandem e viverla da dentro, Roma, che è un tappeto di sanpietrini grigi e un soffitto di luce celeste.

“‘Abbella signorina, ndò annamo?”
“Che mi sci porta peppiascere agli studi della Rai, in Dear?”
“Eccomenò… eheheh… quanto me piace sta parlata vostra…”
“Anche a me mi piasce tanto la vostra, sa? E Roma è l’unica scittà per cui potrei lasciare Firenze.”
“Davero?!”
“Davvero!”
“Ma guardi signorina, che qua a Roma è un caos… un casino… stamo sempre in mezzo ar trafico, ale code… l’aria puzza… troppa ggente… Le va un cafè? Ce fermamo in un baretto?”
“Non posso miha… c’ho da essere in Rai massimo a un quart’alle diesci!”
“Ma che va, in televisione?”
“Eh, sì, la ummicifaccia pensare, guardi…”
“Ma da chi va?”
“Da Mirabella, sce l’ha presente?”
“Ma che, a Elisir?!”
“Nonò, a un programma novo che fa la mattina, Apprescindere si chiama.”
“Hai capito…”

Che poi magari uno gli ambienti della Rai se li aspetta splendidi e luminosi, nuovi di pacca, stramoderni. Invece c’è quest’aria antica di tanto tempo fa, di trasmissioni che si sono intervallate, incrociate, sovrapposte, di gente che è passata, che passa, e passerà, nell’inarrestabile viavai della televisione.
A prendermi hanno mandato Marcello, un riuscito incrocio tra Pierfrancesco Favino e Antonio Banderas, un moraccione romanaccio dal sorriso scuro che come prima cosa mi offre un caffè. Accetto.
E’ mentre sorbisco che mi dà la notiziona: i minuti di diretta non sono più quattro-cinque, ma dieci-quindici. L’intervista non è più con la giornalista che affianca Mirabella, ma con Mirabella proprio.
“No, come!”
“Guarda che devi essere contenta!”
“No, come!”
“Ha voluto intervistarti lui, intende darti più spazio, è molto interessato all’argomento del tuo libro!”
“No, come!”
“Vieni, ti porto nella sala vips.”

Nella sala vips Vittorio Sgarbi parla (naturalmente a voce alta, spostandosi il ciuffo con la mano) dal televisore piazzato lì per seminare il panico emotivo dentro l’ospite inesperto.
“Antonella?”
“Sì…”
“Ciao! Benvenuta! Sono Silvia! Ci siamo parlate al telefono la settimana scorsa!”
Silvia, menomale sei arrivata, menomale sei venuta a incontrarmi, e mi hai stretto forte la mano, e mi hai parlato del tuo bambino di un anno e mezzo a cui hai dato un nome lungo, importante e foriero di tante speranze per il futuro, menomale mi hai detto di non stare lì da sola in quella deprimente sala vips e mi hai riportata nel casino di quella stanzina affollata, crocevia di un’umanità al lavoro che ti attraversa senza vederti, che ti guarda senza rendersi conto che a te il cuore batte all’impazzata. Silvia, menomale mi hai prestato la tua collanina, che ero venuta senza e mi mancava una rifinitura al collo.

“Ecco Alba! Ecco Alba E’ arivata Alba!!”
“Ma Giobbe? ‘Ndò sta Giobbe?”
“No, macché, ancora Giobbe nun ce sta, ha sbajato strada, è annato a Saxa Rubra.”
Menomale nella stessa puntata ci sono Alba Parietti e Giobbe Covatta.
Prenderanno tutto il posto loro e forse io non ci rientrerò.

“Autrice del libro Tutta colpa dei genitori, è insegnante da diciotto anni, che tradotto in numeri significa aver avuto millequatrocento allievi e aver incontrato circa duemilaquattrocento genitori. Diciamo che si è fatta quantomeno un’idea di quello che sono i ragazzi oggi e del loro rapporto con i genitori. E’ con noi…”

Ero con loro.
Toccava proprio a me.

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